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Zio Peppino

[…] Luca prima di salire si è fermato alla reception e arriva con un pò di notizie sulla partenza delle valigie: verranno a prenderle tra le 6 e le 9 p.m.. Andiamo come sempre a pranzo dalle ragazze ma come immaginavo non riesco a rilassarmi. Al ritorno recupero il budge in camera e facciamo un giro tra i ciliegi in fiore del Riken. Alle 4 p.m. siamo di nuovo alla 301. Ci alterniamo al Mac fino alle 8 p.m., quando finalmente gli addetti ritirano le valigie. Ragazze again.

Stavolta trascorriamo un’ora deliziosa. Torta, cappuccino e chiacchere. Con me che quando sono contento non la finirei mai di raccontare storie di famiglia. Luca un po’ si diverte e un po’ fa la faccia modello “pà, questa già l’hai raccontata 1387 volte” quando comincio a parlare di zio Peppino, fratello di mamma, operaio alla Richard e Ginori, naturalmente comunista, grande appassionato di musica lirica, di parole crociate e di Totò. Sia chiaro. Quando dico grande appassionato voglio dire grande appassionato. Nel senso che alla terza nota era in grado di dirti di quale opera si trattava, chi aveva scritto il libretto, in che anno era stata musicata, dove era stata rappresentata la prima volta, quali erano stati gli interpreti maggiori; nel senso che partecipava e non di rado vinceva ai concorsi de La Settimana Enigmistica; nel senso che poteva ripetere pressocché a memoria le scene principali di tutti i film di Totò. Roba da Lascia o Raddoppia, per intenderci.

Lo zio Peppino non si era mai sposato e già questa, in famiglie come la nostra, in anni nei quali “essersi sistemato” equivaleva a dire aver trovato un lavoro e aver messo su una famiglia, era una stranezza. Ma la cosa ancora più strana era che proprio lui, il comunista eccetera eccetera, si era arruolato volontario. Come gli era venuto in mente? Cosa c’entrava lui con la guerra d’Etiopia? Io e i miei fratelli a zio Peppino abbiamo voluto come si dice un bene dell’anima, ma la confidenza per domandargli perché, quella no, non l’abbiamo mai avuta. Così quando zio Peppino approda al Pantheon degli uomini semplici la domanda se ne va con lui. Almeno così ho pensato per circa 20 anni. Fino a che una mia vecchia cugina, non ricordo se in occasione di un battesimo, un matrimonio o un funerale, non dice che le sorelle di casa Picano, 6 in tutto, proprio come quelle della gatta Cenerentola, si sono potute sposare solo grazie a zio Peppino.

In che senso? – le chiedo. Nel senso che i nostri nonni erano talmente poveri che le figlie, nonostante fossero tra le più belle del paese, non avendo nulla che potesse anche lontanamente assomigliare a un corredo o a una dote, non si maritavano. Fu così che zio Peppino partì per l’Africa e con i soldi guadagnati fece il corredo alle 6 sorelle.

Ora non sosterrò che Luca si è commosso, lui che quando gli ho detto che se mi succede qualcosa gli toccherà prendersi cura di me mi ha risposto “già il verbo è sbagliato, quello giusto non è curare, ma terminare”, ma sono certo che la storia gli è piaciuta. In fondo fa lo sprucido per darsi un tono. Anche se in effetti la cosa gli riesce molto bene. […]  
Enakapata
Storie di strada e di scienza da Secondigliano a Tokyo

nunzia31

Recupero a volte etnografico e sempre affettuoso delle foto di famiglia a cura di Nunzia Moretti

Piazzetta Augusteo

Questa storia qui comincia a piazzetta Augusteo. Funicolare centrale. Ore 5.35 p.m. Sono di ritorno da Roma e ho nello zaino, assieme all’immancabile Mac, 6-7 libri di varia umanità, che tradotto in soldoni vuol dire che non ce la faccio più a camminare con tutto quel peso addosso.

Scendere o non scendere, questo è il (mio) problema. No, che avete capito, io con la funicolare da piazzetta Augusteo, in pratica via Roma, ma sì, proprio la vecchia via Toledo, devo salire per andare a casa mia, al Petraio. Scendere o non scendere si riferisce al dopo.

Alle 5.40 la funicolare va. Io mi dico “scendo”. Tra i denti. Non abbastanza tra i denti. La signora a fianco mi dice “questa sale”. Sorrido. Le faccio cenno, con la testa, di sì. Aggiungo, a parole, che scendo si riferisce al dopo, “dovrei comprare qualcosa da mangiare”. Lei non sorride. Mi dice “già, ogni tanto tocca anche a voi”. Per fortuna scoppiamo a ridere tutti e due. Ancora qualche chiacchiera e poi scendo. Dalla funicolare. Poi salgo verso casa.
Arrivo. Metto giù Mac e libri senza togliere neanche il cappello. Se lo faccio è la fine, dopo il cappello sarebbe il turno delle scarpe e poi, complice una piroetta degna di maggior fortuna, dell’impermeabile. A quel punto non mi smuoverebbero più neanche le cannonate. E allora addio cena.

Mi ricordo che ho promesso di dare una copia di Bella Napoli al mio vicino. Gliela porto. E scendo. Questa volta proprio nel senso che scendo. La pioggia ha concesso una tregua. Telefono a Cinzia. Scendere al corso a fare la spesa o passo anche per la Feltrinelli, questo è adesso il problema. Lei prima si sintonizza sul mio canale stanchezza e mi suggerisce di fare le spesa e tornarmene a ca. Poi cambia canale. Sul secondo trasmettono “fai le cose che vuoi fare” e così mi dà la spinta decisiva. Scendo ancora. Direzione Piazza dei Martiri. Procedo veloce ma il pensiero del panino con la mortadella è più veloce ancora. Mi dico “Vicié, oggi hai mangiato solo qualche pasticcino, se non metti qualcosa nello stomaco non ci arrivi neanche alla Feltrinelli”. Entro nella prima salumeria sulla sinistra.
Entro. Al banco un pakistano che parla un perfetto italiano. Gli dico del panino, piccolo, mortadella e provola abbondante. E lui va.

Passano un paio di minuti ed entra una signora, mi dirà poi che ha 68 anni, in pigiama, con uno scialle ampio sulle spalle, che si siede sulla seggiola di fianco alla cassa.

La signora chiede, in napoletano, se il figlio è uscito. L’uomo che mi sta facendo il panino risponde, in impeccabile napoletano, che è andato a fare un servizio e tornerà tra mezzora.

Poco dopo entra un altro signore pakistano per comprare del latte. La signora gli chiede se ha chiesto alla moglie cos’è il biscuit. L’uomo non risponde, la signora gli da un colpo affettuso con il giornale sul braccio e mi chiede se lo so io. Un pò mi preoccupo, anzi no, mi diverto tanto. Io non lo so, ma lo associo a Beppe, esco fuori e lo chiamo. Beppe mi spiega che è un tipo di porcelllana pregiato perchè, spero di aver capito bene, viene cotto due volte.
Entro e lo dico alla signora, che è felice, mi dice che sua nonna, che è morta 48 (quarantotto) anni fa diceva a lei che era una bambola di biscuit e che lei adesso lo ripete alla nipote, ma non aveva mai saputo cosa significasse.

Sorrido, pago 3.50 per il panino e appena esco ne faccio fuori quasi un terzo con un morso (era davvero piccolo però).

Arrivo alla Feltrinelli e il mio amico Gianni, il direttore, mi dice che stanno presentando il libro di Remo Bodei. Mi catapulto. Il tema è l’ira. Il titolo della collana sui 7 vizi capitali che la casa editrice Il Mulino ha affidato al mitico filosofo.
Lo ascolto come ogni volta rapito dalla sua cultura e dalla sua mitezza. Ci svela che persino lui viene preso dall’ira e ci fa anche un pò sorridere quando racconta della multa che si è letteralmente mangiato quando lo hanno multato per la seconda volta per lo stesso divieto di sosta.
Lo invidio quando racconta che se n’è andato negli Stati Uniti quando nell’università italiana sono stati introdotti i crediti e lo hanno cominciato a criticare per i suoi programmi di troppe pagine.

Finisce tutto troppo presto per il piacere e la cultura,  quasi troppo tardi per la spesa.
Il quasi lo tolgo quasi subito, il tempo che 4-5 assidui frequentatori delle presentazioni, di quelli un pò encomiabili e un pò incredibili che mettono assieme Bodei e me, mi avvicinano e mi cominciano a parlare di Bella Napoli e della presentazione di 2 settimane prima.

Sono una ventina di minuti, naturalmente gratificanti per me, ma alle 8.10 p.m. posso mettere una croce sulla mia spesa al supermercato. Da vecchio scugnizzo napoletano non mi scoraggio, decido che dopo il panino mortadella e provola me ne vado da Leopoldo e mi sparo due zeppole di san Giuseppe. Arrivo da Leopoldo e le zeppole sono finite, cioè due ci sono, ma mignon.

L’istinto mi dice di andarmene indignato, la ragione di comprarle prima che me le portino via. Siamo o non siamo discendenti di Voltaire? Prendo, pago, mangio. Alle 20.40 riprendo la funicolare centrale. Non lo so se è stata la cultura o il panino piccolo mortadella e provola abbondante insieme alle 2 zeppoline. Sta di fatto che sono tornato sazio. Vabbé non esageriamo, diciamo contento.

Il coraggio di Angela

Non so quante volte l’ho scritto e poi l’ho buttato questo post da quando ho letto le poche righe con le quali Adriano faceva riferimento al dolore di Angela. Con lei ci eravamo scritti qualche giorno prima per una di quelle questioni futili eppure indispensabili che ci riempiono la vita, e quelle parole di Adriano mi erano sembrate così fuori posto che ho avuto bisogno di controllare che si trattava della stessa Angela prima di rimanere così, impietrito, letteralmente, senza parole. Giuro che ci ho provato a pensare a un messaggio, a qualche parola di conforto, a una citazione che desse il senso di un dolore condiviso, ma non ne sono stato capace.
Non mi capita sempre, sono uno di quei tipi assurdi che anche nelle situazioni più dolorose soffre, perchè sono le volte che si soffre, e tanto, ma pensa anche che ogni giorno muoiono troppi bambini di fame perché lui abbia il diritto di domandarsi “perchè è capitato proprio a me”. Fanno eccezione i figli, non c’è retorica  e neppure ragione in tutto questo, perchè anche i bambini che muoino di fame sono figli, ma io lo trovo un dolore troppo disumano, indefinibile, innominabile, insopportabile.
Ho capito veramente cosa voleva dire Borges scrivendo che “le cose le puoi davvero condividere solo se le hai vissute” quando ho visto il mio più grande amico che piangeva, lui che pensavo invincibile, e  diceva che no, non gli dovevano dire che capivano il suo dolore, perché se non lo hai perso, un figlio, non lo puoi comprendere cosa vuol dire.
E’ per questo che ho scritto e poi ho cancellato così tante volte.
Perchè adesso invece no? Perchè oggi mi ha telefonato Santina, mi ha detto che ha parlato con Angela, che l’aveva sentita reattiva, che si sono messe daccordo che al ritorno dalla Calabria sarebbe andata a trovarla a Torino. Perchè sulla bacheca di Facebook di Angela stasera, in questi giorni ci passo spesso per leggere, pensarla, sentirla vicino, commuovermi, ho trovato questo: Tutti quelli che se ne vanno ti lasciano sempre addosso un po’ di sé… È questo il segreto della memoria? Se è così allora mi sento più sicura perché so… che non sarò mai sola… (dal film “La finestra di fronte”). Ciano, Angela, Stefano ringraziano tutti. E perchè qui non sto scrivendo del dolore di Angela, che per quello mi mancano ancora le parole e il coraggio, sto scrivendo della sua forza, dell’ammirazione sincera che provo per lei, della speranza di poterla incontrare presto e  fare un pò di chiacchiere come si fa tra amici veri. Sì, penso anch’io che persone così non saranno mai sole. Di più, ne sono sicuro. Abbiamo troppo bisogno di loro.

Al laureato non far sapere

Questa è la mail che mi ha inviato Vera Roberti un pò di giorni fa (a parte l’attacco, più formale e rispettoso del mio lavoro e dei miei 55 anni :-)). Io a Vera ho risposto, e naturalmente poi lo racconto anche a voi cosa le ho detto, le ho naturalmente chiesto il permesso di pubblicare la sua mail, e adesso mi piacerebbe che anche voi diceste la vostra in questa discussione, che secondo me non è per niente facile ma presenta molti aspetti molto ma molto interessanti.
Buona partecipazione.

Salve,
ho letto con piacere il suo libro Enakapata questa estate.
Sono perfettamente d’accordo con quasi il 100% delle sue considerazioni sulla ricerca in Italia e nel mondo. Io conosco molto bene questa realtà in quanto laureata in chimica con quasi dieci anni di precariato all’ attivo nel mio curriculum professionale. Poi mi sono arresa ed adesso faccio altro (vendo strumentazione scientifica per una multinazionale). Ho avuto anche proposte di lavoro all’ estero ma non so bene per quale motivo, se per paura o per mancanza di attitudine al cambiamento,  non ho mai accettato.
Una sola cosa mi ha lasciato un pò perplessa; ad un certo punto lei nel libro parla del suo compito “istituzionale” di professore universitario  ovvero delle prove di esame, parlando ad un certo punto di esamificio. Ebbene io penso che se dobbiamo aspirare all’eccellenza dobbiamo incominciare a farlo da subito ovvero dai banchi dell’università.
Perchè non si chiede agli studenti di non imparare a memoria ma di cercare di rielaborare le informazioni e farle proprie? Questo renderebbe magari gli esami meno sterili per gli studenti  e forse gli stessi meno noiosi per lei.
Questo inoltre potrebbe far diminuire il numero di promossi ed aumentare magari il numero di 18, ma non sarebbe forse meglio far laureare solo coloro che effettivamente lo meritano piuttosto che avere un esercito di laureati che non sanno che farsene di un pezzo da carta che ormai non vale più niente?
Capisco che questo discorso in un momento in cui i corsi di laurea vengono valutati in base al numero di promossi non è poi in linea con il pensiero corrente. Non sia mai si sparge la voce che quel determinato corso di laurea è troppo sellettivo con conseguente fuga di iscrizioni … dunque meglio una massa di laureati senza possibilità di futuro tanto poi in italia NON IMPORTA QUELLO CHE SAI MA CHI CONOSCI O MEGLIO DA CHE SEI PRESENTATO.
Resto in attesa di una sua risposta ringraziandola anticipatamente.
Cordiali saluti.
Vera Roberti

Enakapata Agua

by Concetta Tigano
by Concetta Tigano

Ebbene sì. Chi trova un’amica trova un tesoro. Concetta Tigano il quadro precedente l’aveva fatto per Cinzia Massa e però poi ha fatto per me questa nuova versione acquerello.
Sì, direi proprio che Enakapata Agua ci sta molto bene nella nostra piazza. La galleria insomma si arrichisce sempre più. E poi sono  in arrivo le foto di Giancarlo Iorio, e poi e poi va a finire che questa volta davvero la inauguro Enakapata at an Exhibition.
Vuol dire che venerdì a eBookFest avremo altre cose ancora da raccontare.

Aliza e Biagio Pace

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Ebbene sì, questo me lo ero perso, anche se non proprio perso perché avevo anche ringraziato ma poi mi ero dimenticato di postarlo sul blog. Lo aveva scritto Aliza, moderatrice del gruppo di lettura  Mi libro con voi di Donna Moderna, il 21 agosto 2009, in risposta a un lettore che aveva scritto  della sua passione per il Giappone: “Condivido il sogno! Mi consolo con le letture dal/del/sul Giappone. L’ultimo libro di questo genere che ho letto è ENAKAPATA di Vincenzo Moretti: insolito, divertente, illuminante…!

Questo invece l’ha postato  Biagio Pace su Facebook: “Ho letto Enakapata… Complimenti, bellissimo anche nella parte … per addetti ai lavori.  Scorrevole … splendida l’idea padre/figlio… Ma il basso è arrivato?”

Come sapete, il basso è arrivato, ma posso dire che continua a piacermi un sacco i commenti e le recensioni che arrivano su Enakapata?
Perciò cosa aspettate, se lo avete letto e ancora non avete mandato il vostro commento o la vostra recensione “do it”, fatelo. Saremo superfelici di pubblicarla.

Giancarlo Enakapata Iorio

di Giancarlo Iorio

Caro Vincenzo,
ti voglio premettere qualche informazione sulla recensioe fotografica di ENAKAPATA.
Mi sono ispirato al concetto gramsciano di letteratura. Ho dato da leggere il libro a diversi personaggi di differente estrazione e cultura e li ho fotografati mentre, nel loro ambiente, leggono.
Le foto sono state eseguite con un apparechio digitale, perchè purtroppo non ho più la camera oscura e non potrei stampare delle foto eseguite in modalità analogica. Le foto sono a colori ma naturalmente si può visionare anche la versione in bianco e nero, specie per alcune di esse. Spero che il lavoro complessivamente non ti deluda. Qualche ritocco ancora e domani ti mando tutto
.
Ecco dunque alcuni dei “devastanti” effetti della lettura di un libro rivoluzionario!
Personalmente ho trovato prodigioso che un libro con lo stile narrativo del diario e un registro tendenzialmente giocoso e a volte scanzonato possa comunicare in modo così efficace e presentare le vite parallele (nel senso che non si incontreranno mai?) di Napoli e di Tokyo.

Angelo Michele e Tonio, zio e nipote. Il primo, 94 anni, ogni mattina muove tremila passi e li conta con una specie di corona. Vorrebbe sapere qualcosa di più sulla longevità dei giapponesi e mi chiede se è tutto merito del the. Tonio, 65 anni, (il lupo perde il pelo, ma non il vizio) vuole conoscere Kimi Matsujama.
Nina, appassionata di giardinaggio vuole trasformare il suo orto in un giardino zen

Zia Nicolina (quella che nella foto BW del balcone aveva 80 anni) ora novantatre anni, pasta in casa quasi tutti i giorni festivi, capisce la dipendenza della pasta che si fa sentire in terra straniera e solidarizza.

Iba ha scelto ENAKAPATA per perfezionare il suo italiano.
Giuseppe Storto, appassionato studioso di storia locale, produttore dell’eccellente olio “Sperone del gallo”, monovarietale, legge il libro prima di ribattezzare i suoi fichi ENAKAPATA.
Ornella, avvocato matrimonialista e housepastamaker, si chiede se nella ricetta del RAMEN i cavatelli possono sostituire i tagliolini all’uovo.

Bobo uno dei migliori cuochi molisani, cucina creativa ma legata al territorio, si chiede se la zuppa di pesce giapponese è più buona di quella termolese. Personalmente di giapponese amo Sashimi con Wasabi.

Questi giovani, universitari o laureati, hanno saputo del Riken e della tendenza dei giapponesi ad accogliere i cervelli in fuga, mi hanno chiesto come si dice in giapponese “Scusi con quale assessore bisogna parlare e che cifra si deve sborsare per potere essere assunti?” Ho avuto difficoltà a convincerli che non è così in Giappone ( e in Olanda e in America e in Germania….).

Incredibile anche questa insospettabile dote! ENAKAPATA aiuta a sbrogliare le matasse!

Flavia studentessa universitaria, barista precaria, è apparsa molto interessata alla Serendipity.

L’amico Tonino, pizzaiolo, of course, mi ha chiesto se l’autore di ENAKAPATA ha sentito più la mancanza della pastiera o della pizza Margherita.

Antonio e i suoi amici hanno cercato su ENAKAPATA la via giapponese alla perfezione nel gioco del bigliardino.

Salvatore per una notte

No no, cosa andate pensando, non ho salvato nessuno, non ne sarei capace, io vado trovando chi salva a me. Dal punto di vista pratico, ho passato la notte in ospedale a fianco di un mio amico carissimo, diciamo pure uno dei miei maestri, e come quasi sempre mi accade con le cose pratiche non sono riuscito a rendermi neanche un granché utile, come ha sottolineato il dottore che è passato stamattina con il suo “ma voi qua che ci state a fare se non date la pillola per la pressione al vostro amico”. Dite che  avrei potuto obiettare che delle pillole dovrebbero occuparsi loro? O anche che avrei potuto giustificarmi dicendo che io neanche lo sapevo che il mio amico prendeva le pillole per la pressione? E a pro di che! Io mica stavo lì per fare polemiche. Mi sono scusato. E ho dato la pillola per la pressione al mio amico.
Per fortuna però una notte con un amico in ospedale non è fatta solo di cose pratiche, ma anche di pensieri, e io coi pensieri ci prendo sicuramente di più. Anzi, sapete che faccio, un pò dei miei pensieri li racconto anche a voi. Lo faccio così,  come mi sono venuti, un pò alla rinfusa, tanto sto così rintronato che se anche volessi raccontarveli per bene non ci riuscirei.

Primo pensiero: bisognerebbe liberalizzare i nomi di battesimo.
Cosa voglio dire? Che il fatto, per fare un esempio, che i miei genitori mi hanno chiamato Vincenzo non vuol dire che  tutti devono essere obbligati a chiamarmi Vincenzo. Dite che io oggi non sto stanco,  sono completamente taroccato? Niente affatto. Innazitutto perché accade già con i dimunuitivi e con i soprannomi (contranomi). Poi perché da ragazzo lo facevo  e riusciva benissimo – ricordo di un Nicola che decisi doveva chiamarsi Pasquale, cominciai a chiamarlo così e in capo a un mese tutto lo chiamavamo Pasquale, in capo a due anche lui si presentava come Pasquale. E infine perchè è accaduto anche ieri sera, quando il compagno di stanza del mio amico ha deciso che io mi chiamavo Salvatore e ha continuato a chiamarmi Salvatore per tutta la notte, aiutato dal fatto che dopo la decima volta che gli ho detto “mi chiamo Vincenzo” mi sono ricordato della vicenda di Nicola Pasquale che ho appena ricordato e mi sono trovato benissimo come Salvatore, persino stamattina quando ci siamo salutati.

Secondo pensiero: una volta era obbligatorio il servizio di leva, e mio padre diceva che con il militare si diventa uomini, adesso renderei obbligatoria una settimana di notte in ospedale, secondo me si diventa uomini, e donne, non ci vuole un anno e più come con il militare.
Io in una sola notte ho ripassato (sì, lo sapevo già) che è bellissimo poter andare in bagno da soli, scendere dal letto se ne hai voglia, camminare, bere se hai sete e mangiare se hai fame, insomma essere autonomi, veder riconosciuta la propria dignità, saper alzare lo sguardo al di là del muro dei nostri piccoli grandi problemi quotidiani.

Terzo pensiero: ho sempre voluto bene alle persone che hanno bisogno di fare di più per fare, diciamo per avere un’idea le persone come Lucia R.. In giornate come queste voglio bene loro ancora di più.
Punto. Ma potete continuare voi.

Caro Vincenzo

Questa la mail che via Facebook mi è arrivata ieri da Giancarlo Iorio, sì, proprio lui, l’autore di Bianco Nero & Click:
Caro Vincenzo,
ti voglio premettere qualche informazione sulla recensioe fotografica di ENAKAPATA.
Mi sono ispirato al concetto gramsciano di letteratura. Ho dato da leggere il libro a diversi personaggi di differente estrazione e cultura e li ho fotografati mentre, nel loro ambiente, leggono.
Le foto sono state eseguite con un apparechio digitale, perchè purtroppo non ho più la camera oscura e non potrei stampare delle foto eseguite in modalità analogica. Le foto sono a colori ma naturalmente si può visionare anche la versione in bianco e nero, specie per alcune di esse. Spero che il lavoro complessivamente non ti deluda. Qualche ritocco ancora e domani ti mando tutto
.
A lui l’ho detto già, adesso lo ripeto anche a voi, io sono semplicemente commosso da questo guazzabuglio di emozioni, idee, progetti, @micizia, amicizia, affetto che ci tiene assieme. Spero il 10 settembre a eBookFest di riuscire a trasmetterne almeno un pezzetto di tutto questo, ma intanto vi prometto che domani, non appena Giancarlo mi manda la sua recensione fotografica, io …..

Concetta Enakapata Tigano [in finitura]

Piazza Enakapata

by Sandro Fichera
by Sandro Fichera

Non dirò che i nomi sono importanti, tanto lo sapete già. Dico invece che giunti a 226 articoli, 1427 commenti e 27.724 pagine visitate questo blog definisce un diverso ordine di priorità.
Cosa intendo dire? Che il protagonista principale non è più il libro che racconta del viaggio che io e Luca abbiamo fatto a Tokyo, io in cerca di serendipity, decision making, talento e organizzazione, sensemaking, in uno dei centri di ricerca più importanti del mondo, il Riken, presieduto dal Nobel Prize Ryoji Noyori, lui in cerca di cultura, manga, tradizioni, musica e ciliegi in fiore, io e lui in cerca di differenze, scoperte, incontri, ricordi.
Iss, cioè il protagonista principale, diventa la piccola grande comunità di persone che scrive, posta, interagisce, su queste pagine, raccontando di se stessa, delle proprie idee, delle proprie esperienze.
Dite che è così già da un bel pò? Vero. Ma prima accadeva. Adesso lo abbiamo deciso. E non è proprio la stessa cosa.
Cosa cambierà praticamente? Nulla. Cioé tutto. No, no, state tranquilli, non intendo ricominciare con il Tao, voglio dire solo che, come sempre accade quando le cose si trasformano, il cambiamento sarà lento, graduale, insomma ce ne accorgeremo soltanto quando già sarà avvenuto.
Dite che così non si capisce? Diciamo allora che è come con i vostri figli che giorno per giorno non ve ne accorgete mica che crescono ma se poi ci mancate per due settimane al ritorno fate fatica a riconoscerli tanto si sono fatti grandi. Ecco, spero proprio che anche per Piazza Enakapata funzioni così.
Cosa dite? Cosa succede se non ci riesco? Niente. Perché la fucilazione via blog non è stata ancora inventata. E perché se accade non sono “io” che non ci riesco, siamo “noi” che non ci riusciamo. Eh sì, sarebbe bello fare come gli avvocati, se si vince, vinciamo noi, se si perde, perdo solo io. Ma fatemi il piacere.

P.S.
Piazza Enakapata è anche il titolo del seminario che Luca & Me terremo nel corso di eBookFest, il 10-11-12 settembre a Fosdinovo, Ma questo potete leggerlo sul sito dell’evento.

La vignetta di Viviana

by Viviana Graniero
by Viviana Graniero

Pictures at an Exhibition

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti
by Felicia Moscato
by Felicia Moscato
by Adriano Parracciani
by Adriano Parracciani
by Concetta Tigano
by Concetta Tigano

Adriano Enakapata Parracciani

by Adriano Parracciani
by Adriano Parracciani

Book-e. Indovina cos’é

by Adriano Parracciani
by Adriano Parracciani

Comincia Adriano Parracciani, così:
E’ un po’ che ci penso e spero di farvelo vedere a breve. Cosa? un book-e. Non è un errore di battitura, si tratta proprio di un book-e che ovviamente è un qualcosa di diverso da un e-book 🙂

Poi arriva Concetta Tigano così:
e-book : libro di carta che si legge su pc
book-e : libro fatto su pc che si legge in carta????

Continua Andrea Lagomarsini, così:
ehehe Adrian… ci intendiamo… eh eh

Poi, ancora su suggerimento di Concetta, lancio io la voce su Facebook così:
E se lanciassimo un concorso? Chi sa cos’è un Book-e che è diverso da un e-book?

Santina Verta interagisce così:
Ahhh per me che ignoro l’inglese (ah l’ideologia antiamericana che tiri ha combinato) potrebbero essere un bouquet ( j’adore !) caduto in una buca!

Dedè Ovvero Adele Gagliardi interviene così:
Forse un book-e è un libro errante?

Adriano Parracciani si diverte così:
Sono curioso di saperlo: dite, dite :-))

Felicia Moscato interviene così:
Sarà forse un book che dall’etere si trasferisce su carta, subendo così un processo inverso rispetto e-book????

A questo punto ho deciso, decido che il concorso si fa davvero, dura tutta l’estate, si vince pizza, sfogliatella e caffé, in tre posti diversi, perché ognuno ha la sua specialità, offerti da me non appena passate da Napoli (se già ci state, meglio ancora). Prima però dovete indovinare.

Napoli e la magia del ritorno

Un pò di lei l’ho raccontato qui. Questo è invece l’articolo su Napoli che ha scritto lei.
La discussione è aperta.
vm

di Valeria Gonzalez

Riscopro Napoli. Poco a poco, la città mi si ricompone davanti agli occhi nella sua straziante bellezza. Perché è bella, Napoli, maledettamente bella. Ma  è violenta. E non parlo della violenza che purtroppo già si conosce, quella dei  quartieri, degli scippi, dei motorini, della camorra. Non è solo quella la violenza di Napoli. La sua bellezza è violenta.
È una città che strazia. È una puttana. È una sirena. È amore e odio. Quello che vivo adesso, tornandoci un po’ straniera, è un sentimento di  confusa emozione.
In realtà, a pensarci bene Napoli l’ho sempre vissuta così: una continua scoperta, un eterno innamorarsi, e la coscienza di un amore  brutale, senza mezzi termini, asfissiante.
Quando sono arrivata a Marsiglia mi sono detta: “è simile a Napoli”. Non che sia totalmente sbagliato, ma so che in fondo c’è qualcosa che le differenzia  molto. Il mare. Quello che a prima vista le accomuna. Quello che osservando meglio le separa.
Il mare.
Il mare di Napoli è nero. È un male d’olio, pesante, cupo, un mare che prende e non dà niente. Soffocante. Non è il mare azzurro di Marsiglia, non è neanche il mare blu scintillante delle calanques. Quella sensazione di libertà e di apertura che si prova guardando il tramonto al Fort Saint Jean a Napoli non esiste. Tutto si richiude su se stesso.
Napoli è la magia del ritorno, non del partire. Come se in fondo non ti lasciasse mai andare. Un mare che incatena.
E poi è sporca, nauseabonda, rumorosa, calda, soffocante, frenetica, impazzita, senza regole, alienante, ignorante, vorticosa, labirintica, tetra,  falsa, rabbiosa. Violenta.
E allora … cos’è questa poetica che nasconde nel suo ventre sanguinante? Perché non riesco a staccarmene?
Dal piccolo molo di barche da pesca riprendo la strada verso casa. Odore di mare in un tramonto ingoiato dal traffico. Mi fermo a comprare dei taralli caldi.
Non c’è niente da fare. Taralli napoletani, birra fredda, lungomare.
Insostituibile Napoli.

Raféle

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Se venite stasera, Raféle lo incontrate a via Toledo, lato Banco di Napoli, seduto sul gradino di un negozio chiuso, tra una ventina di ventagli multicolori di poco prezzo e di altrettanta qualità che si venderebbero da soli se non fosse che con un caldo così  è troppo anche roteare avanti e indietro il polso della mano.

Però stasera è, diciamo un’eccezione, come mi ha spiegato lui una volta c’è un amico che ogni tanto gli lascia il posto, e lui ne approfitta per farsi un bagno nell’alta nobilità – perché Vicié, t’ho giuro, qua è tutta un’altra gente rispetto ’a Ferrovia, là ce stanno solo muorte ‘e famme e mariuoli, e io mica pozz vennere ‘e ventaglie, solo accendini e qualche pazziella pé criature -.

Dite ma come faccio a riconoscere Raféle, che se Napoli se ne cade la mantengono le migliaia di Rafele di tutti i colori sparsi in ogni angolo della città? Avete ragione. Io stesso avrei difficoltà se non fosse che Rafele – che scemo, non ve l’ho detto -, è mio cugino carnale, il figlio di una delle sorelle di papà.

Sì, Raféle è mio cugino, e aggiungo che sono onorato di averlo come cugino anche se il motivo dell’onore ve lo spiego dopo, adesso vi devo dire che io per molti anni, diciamo 20, forse 25, neanche l’ho saputo che papà avesse un’altra sorella, anzi due, e di conseguenza non sapevo nemmeno dell’esistenza di questi cugini.

Per la verità una volta era successa una cosa, avrò avuto 12 anni, stavamo al mercato io e papà quando una signora che assomigliava molto a zia Maria si avvicina e dice : “Pascà, chisto é Enzuccio?”. Con mia grande meraviglia, papà, che vi assicuro era di un’educazione adamantina, non solo non risponde alla ma mi dice “s’é fatto tardi, è ora ‘e turnà ’a casa” e mi tira via.
Papà, ma chi era quella signora – gli chiedo -, Nisciuna – risponde, un “nisciuna” con incorporato “non chiedere altro che ti piglio a schiaffi”.

Verso i 25 anni ho saputo, credo. Pare che il papà di Raféle avese lasciato la mamma per andare a vivere con la sorella (della mamma e di papà) e questo  era bastato per condannare alla damnatio memoriae le due sorelle e tutto quel ramo del parentado.

Io non so se la vita di stenti a cui sono stati condannati le mie due zie e i loro figli sia dipesa anche da questo, forse no, in fondo neanche noi non ce la siamo passata un gran che bene, però tra noi ci aiutavamo, il cappottino rivoltato, i  pantaloni del cugino più grande a quello più piccolo, insomma una sorta di mercato equo e solidale formato famiglia, e poi l’affetto, vuoi mettere l’affetto, lo scambio dei giornaletti (i fumetti allora li chiamavamo così), l’organizzazione delle prime feste, tutte cose che con Raféle e i suoi fratelli non abbiamo potuto condividere.

Stasera quando sono passato Raféle mi ha chiamato, come le altre volte. Mi sono avvicinato, ci siamo salutati, ha scelto il suo ventaglio più bello e me l’ha dato. Ho cercato in tutti i modi di dirgli di no, non c’è stato verso. A pagarglielo non ci ho provato neanche, l’avrei offeso inutilmente. Mi ha sorriso con quel suo sorriso stanco, dolce, disarmato. Mi ha detto portalo a tua moglie. L’ho abbracciato. Gli ho detto grazie. L’ho salutato. Ho pensato che davvero è più facile che un povero sia generoso piuttosto che un ricco passi nella cruna di un ago (dite che quello era un cammello? è che io a volte vorrei che ci passassero certi ricchi, non tutti per carità, una buona parte).

Ecco, ve l’ho detto, considero un grande onore essere il cugino di Raféle. Ha un cuore grande  grande e un animo nobile, e questo nessuna miseria materiale e nessun pregiudizio umano potrà toglierglielo.

Agisci senza agire [63]

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Agisci senza agire,
occupati di non faccende,
assapora l’insapore,
ingrandisci il piccolo,
aumenta il poco,
ripaga l’odio con la benevolenza,
pianifica il difficile mentre è facile,
affronta il grande mentre è piccolo.
Nel mondo le cose difficile cominciano necessariamente come facili,
le cose grandi cominciano necessariamente come piccole.
Il saggio fino alla fine non si occupa del grande,
perciò può realizzare il grande.
Le promesse fatte con leggerezza necessariamente sono poco affidabili,
troppa facilità necessariamente comporta grandi difficoltà.
Il saggio considera tutto difficile,
perciò fino alla fine non incontra difficoltà.

From Lao Tsu
Tao Te Ching
Una guida all’interpretazione del libro fondamentale del taoismo
Traduzione e cura di Augusto Shantena Sabbadini
pag. 473

Enakapata al mare

Sì, con Adriano Parracciani abbiamo deciso di lanciare un altro tormentone.
Lui, che come sapete è molto digitale tecnologicamente avanzato, l’ha chiamato ENAKAPATA SUMMER CONTEST. Io, che con l’età le forze per contestare le devo centellinare, tenuto conto che qui dove il dolce si suona i motivi per contestare di certo non mancano, ho preferito tuffarmi sul più nazional-popolare Enakapata al mare.
Che cos’è, quando e come si gioca e compagnia cantando lo trovate sulla pagina dell’evento su Facebook e sul commento che trovate in fondo (eh sì, per giocare non è obbligatorio essere iscritti a Facebook).
Quello che mi resta da dire qui, e lo faccio con grande piacere, è che l’evento suddetto è promosso, oltre che da questo blog, da Grammi di Storia e si giova del supporto di Sottolineato il libro dei libri e di Caos Ordinato.

Concetta Enakapata Tigano

Vi assicuro che è stata dura, ma alla fine Concetta mi ha dato il permesso di pubblicarlo, anche se non è ancora del tutto finito. Mammà, come sono contento.
A Proposito Adrià, ma non è che ti fischiano le orecchie?

by Concetta Tigano
by Concetta Tigano

I cornetti di Carlos Gonzalez

Il sabato la cosa funziona più o meno così.
Luca alla Feltrinelli Express della Stazione Centrale mette mano alle 7.00 a.m, è il turno per lui più doloroso, quello che lo costringe a svegliarsi alle 5.30 a.m. per uscire di casa intorno alle 6.15 a.m.
Io mi alzo alle tra le 5.00 e le 5.30 anche quando come stamattina avrei dormito un pò di più. Il sabato è l’unico giorno della settimana che anche a quell’ora posso usare internet  ma soprattutto mi piace scendere assieme a lui fino al corso Vittorio Emanuele, roba di tre minuti scarsi, scambiare quattro chiacchiere, arrivare fino al tempio bar dove ogni mattina consumo il sacro rito chiamato cornetto e caffé, e salutarlo, che poi lui di solito continua  a dirmi qualche cosa anche mentre si allontana, cose tipo stasera ci sei?, a che ora torni?, vai da Cinzia o da nonna?, ma a me piacciono comunque un sacco.
Si lo so che anche prima io alle 6 del mattino non è che potevo parlare con nessuno, che almeno ora posso fare casino, spostare sedie, asciugarmi i capelli, tirare lo sciacquone, eppure nella mia attuale, serena, condizione di separato, questa di non avere nessuno con cui parlare la mattina è una delle cose che mi pesa di più. Sì,  direi che una cosa è avere una possibilità e non poterla sfruttare, diciamo la verità, anche per ragioni comprensibili, un’altra cosa è non averla affatto, è come se si vede proprio che sei solo, e non mi piace, anche se poi ci sono anche un sacco ma proprio un sacco di vantaggi.
Torniamo al punto. Mentre io e Luca scendevamo le prime scale,  con me che  aspetto gli ultimi metri per chiedergli se prende qualcosa con me, perchè lo so che mi risponde che  ha già fatto colazione e il caffé lo prende più tardi, ma una volta vi giuro che mi ha fatto l’onore di prenderlo il caffé con me, incontriamo mio nipote Carlos, una volta ve ne ho parlato, quello che aveva fatto gli spot per Enakapata, a proposito, me ne devo ricordare per il nuovo gioco, vabbé magari dopo vi linko la pagina.
Carlos a zio – gli faccio -, stiamo andando al bar, missione cornetto e caffé -, vieni con noi (non è che gli parlo con il plurare maiestatis, è che come vi ho detto la speranza c’è l’ho sempre fino a quando non arriviamo nei pressi del bar).
‘O zi – mi risponde -, sto tornando da lavoro (sì, perché Carlos ha messo da tempo la testa a posto, si è diplomato all’istituto alberghiero e d’estate lavora), non ce la faccio a fare neanche un passo, perché non me lo porti tu il cornetto?
– E che problema c’è -.
– Portamene tre -.
– Va bene -.
– Anzi, sono buoni? -.
– Si -.
-Portamene cinque, uno crema e amarena, uno al cioccolato bianco, uno con la nutella e gli altri due a gusto tuo, ma devono essere tutti diversi-.
Ok. Tu però ricordati di aprirmi la porta sulla veranda così io passo di là e non svegliamo mamma e nonna (si, abitiamo in un presepe).
Quando alle 6.40 a.m. gli ho portato i cornetti l’ho trovato steso sul divano che dormiva.
– Carlé, i cornetti -. Si è alzato, mi ha dato un bacio, mi ha detto grazie, me lo sono abbracciato, gli ho detto guarda che più tardi sei su Enakapata (sì, ormai mi sparo le pose come se fosse un blog di successo) e me ne sono ritornato da queste parti.
Lui lo sa che i miei Luca e Riccardo non li cambio con nessuno. Non c’entra nulla che sono bravi e belli, c’entra che sono i mei figli e funziona così per tutti i genitori. Quello che Carlos  non sa è che certe volte vorrei tanto che i miei figli bravi e belli mi dicessero pà portami 5 cornetti, che insomma fossero un pò esagerati. Dite che con Riccardo ho ancora qualche speranza? Mmhhh, non lo so, comunque settimana prossima passiamo qualche giorno assieme, nel caso vi faccio sapere.

Intelligenza collettiva, nazionale, intermittente

L’estate é ‘na capata. Scusate Enakapata. Quando arriva.

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Dite che il post lo potevo intitolare “E la chiamano estate”? Mmmh, troppo presto per essere così pessimisti. “Settembre poi verrà ma senza sole”? Peggio che andar di notte.
No, no, direi che il titolo mi piace, l’estate ancora no, anche se confido sulla possibilità di cancellare presto l’ancora. E poi questo titolo qua mi da l’occasione di ricordarvi che se non avete ancora comprato e letto Enakapata quessto è il momento giusto per farlo. E che se anche lo avete comprato e letto potete sempre comprarlo e regalarlo.
State già tremando al solo pensiero che possa ricominciare ad assillarvi come con Natale Enakapata? Tranquilli. Ho cambiato strategia di marketing, ho adottato il modello “Dicette ‘o pappice vicino ‘a noce  damme ‘o tiempo ca te spertose”. Dite che facevo così anche prima? Ma no, siete voi che siete prevenuti. Se volevo fare come a Natale lanciavo la campagna Enakapata al Mare. Enakapata al Mare. Bello. Dite che quasi quasi ….

SottolineaLotto Atto Secondo

by Adriano Parracciani
by Adriano Parracciani

Che cos’è Sottolinealotto l’ho già raccontato qui e dunque non lo ripeto. Il punto è che nel frattempo il gioco è cresciuto nei numeri, nel logo, quello nuovo lo potete vedere a fianco, sullo sfondo nero Adriano Parracciani scrive di volta le info relative al singolo evento, e soprattutto nelle aspirazioni.
Ecco, mi piacerebbe con questo post portare il mio piccolo mattoncino affinché le nostre aspirazioni diventino realtà. Le mie proposte sono 3:
1. Fare di SottolineaLotto un evento fisso sulla pagina di Sottolineato-Il libro dei libri, sul tipo di Sottolineature Erranti, un’altra bella idea di Adriano.
2. Associare ogni concorrente a un numero della tombola o anche, se vogliamo incentivare a postare più citazioni sul tema del week end, tanti numeri per concorrente per quante citazioni ha  fatto (max 3 o 4) e poi procedere non più con i fogliettini ma con la tombola, seguendo sempre la stessa regola, vince la persona associata all’ultimo numero estratto.
3. Tutti coloro che partecipano si “impegnano” a fare almeno una volta da sponsor del gioco, cioè a regalare un libro (ce ne sono di super belli super economici, ce la faccio persino io).
Aspetto valutazioni, osservazioni, critiche ma anche consensi.

Pà, e a te ‘a zanzara quando te pogne

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Allora, il fatto è successo domenica pomeriggio, quando ad un certo punto passa Riccardo e mi fa “pà, il mistero è svelato, so perché a te le zanzare non ti pungono”.
Riccà a papà – gli ho risposto- è una vita che vi spiego che finiti i tempi di Zorro quella della zanzara è l’unica  giustizia che mi è rimasta. Non a caso punge a te, a tuo fratello e a tua madre e me no, cerca non dico di vendicarmi, che per quello ci vorrebbero i missili terra aria, ma almeno di riparare a qualche torto. Che poi a voi piaccia dire che non mi punge perché ho il sangue amaro sono fatti vostri.
“No no pà, sei fuori strada, la verità l’ho letta su Topolino”, azz -gli faccio-, allora ritiro tutto, io pensavo l’avessi letto su Nature o su Science, “se se, pazzea tu, pazzea, cà Topolino su queste cose non sbaglia. Ma insomma o vvuò sapé o no cosa ho letto”?”, wé, non ti incazzé, piglia a seggia e assetté, e racconté, “se, mo ti metti pure a recitare la gatta Cenerentola; nun piglio nisciuna seggia, ci vuole un minuto: ho letto che lo stress, sia quello fisico che quello psicologico, produce un’enzima che tiene lontane le zanzare. Pà, e tu si ‘o rre do stress. E a te ‘a zanzara quando te pogne”.
Siamo scoppiati a ridere come dei matti e ridendo ridendo se n’è andato.
Sì, a me a ‘a zanzara quando me pogne. Ho finito di ridere e  ho cominciato a innevorsirmi. Mi rode non essere riuscito a far capire nemmeno ai miei figli che questa storia dello stress non è solo un fatto di scelta, c’è dentro anche tanta necessità.
Il giorno dopo, lunedì. sveglia alle 5.45. Autobus per Fisciano University alle 7.15. Organizzazione di alcune interviste per il libro sul lavoro. Organizzazione e verifiche tecniche per l’intervista con Rifkin il pomeriggio. Chiacchiera con un paio di studenti che sono passati a trovarmi. Articolo per Nòva100 e articolo per Il Mese di Rassegna Sindacale. Una cosa che assomiglia molto lontanamente a un pranzo. Prima chiamata di Maureen per mettere a punto l’intervista. Angelo che si assicura che le tecnologie facciano il loro lavoro. Alle 17.00 l’intervista, alle 17.40 la passo sul Mac e sulla penna da dare a Maureen per la traduzione. Ritorno a Napoli, grazie al passaggio in auto di una simpaticissima collega di Angelo alle 19.30. Mi compro un gelato tutto nocciola solo nocciola da fantasia gelati a piazza Vanvitelli. Telefono a Roma per comunicare che quello che bisognava fare è stato fatto. Arrivo a casa intorno alle 20. Accendo il Mac, controllo la posta, scrivo un paio di mail, arriva Riccardo per vedere assieme perché Live Mocha non gli permette di fare i corsi online gratis. Alle 20.30  scendo con Riccardo a vedere la partita. Alle 23.30 sono a letto. Già, ma a me a zanzara quando me pogne? Devo vedere se riesco a brevettarlo come rimedio antizanzare.

Simona Enakapata Salvatore

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Lo so che già ve l’ho detto, ma io sono nato davvero con la camicia. Da domenica ho il titolo del nuovo post, “Pà, e a te ‘a zanzara quando te pogne”, e so anche quello che ci devo scrivere, ma non ho avuto il tempo, la testa e il cuore giusti per farlo. Stasera avevo deciso di farlo, ma  avrei trovato il tempo, forse la testa, ma non il cuore.
Invece accendo il mio Mac e guardate che trovo, la recensione a Enakapata di Simona Salvatore. Giuro che non l’ho letta, sono così felice che l’abbia scritta che devo prima pubblicarla e poi la leggo. Eccola dunque. Buona lettura.

Ciao Vincenzo,
non sono esperta di recensioni, ma questa te l’avevo promessa ed è davvero sentita! (scusa se la metto qui ma sulla bacheca di enakapata, non so perchè, non me la prendeva).
Se non ti dispiace, e sempre che ci riesca, la metto anche in “libri che passione”.

ENAKAPATA, contrazione naponica (napoletana-nipponica) dell’espressione in voga tra i giovani partenopei “è na’ capata” – letteralmente è una testata, vale a dire è qualcosa di straordinario, qualcosa che colpisce – è il diario, resoconto del viaggio da Secondigliano a Tokio presso il centro di ricerca Riken, compiuto da Vincenzo, professore di Sociologia dell’organizzazione presso l’Università di Salerno e da un accompagnatore-assistente speciale, suo figlio Luca, studioso di fisica e di culture orientali, nonché bassista del gruppo napoletano Motor Sound.
L’obiettivo è quello di analizzare, attraverso una serie di incontri ed interviste, l’organizzazione della ricerca scientifica in Giappone. Sullo sfondo della capitale giapponese, da un lato “cervelli” mondiali del calibro di Piero Carninci, lo scienziato leader di Fantom 3, consorzio internazionale di scienza, Ryoji Noyori, presidente del Riken, nonché premio Nobel per la chimica nel 2001, Franco Nori, esperto di nanoscienze, Akira Tonomura, fisico eletto membro della Japan Academy, dall’altro i parenti (“la sacrada famiglia”) e gli amici napoletani (“guest and friends”)con i quali la comunicazione resta sempre accesa grazie ad internet (Skype, mail, chat), ed infine una serie di pittoreschi personaggi della periferia napoletana (“quelli di Secondigliano”), Zia Concetta, Don Peppe detto Testolina, Pippone, Gennaro detto Topolino, evocati qua e là grazie alla serendipity (trovare qualcosa di inaspettato e sorprendente mentre si stava cercando tutt’altro).
Grazie a questo libro, scoperto in via del tutto “serendipytosa” attraverso l’@mico Vincenzo, mi sono piacevolmente imbattuta nella serendipity (quanti incontri serendipitosi facciamo nella nostra vita e non lo sappiamo: un amico, un libro, un nuovo amore…), ho respirato la “shinsetsu”, ossia la tipica ospitalità giapponese (mi ha colpito il fatto che se chiedi per strada un indicazione loro ti ci accompagnano fisicamente…che bello!), ho capito qualcosa in più sul funzionamento della ricerca scientifica, su quanto purtroppo si investa poco nel nostro paese malgrado le preziose risorse umane di cui potremmo disporre, ho conosciuto sapori nuovi della cucina giapponese (la ricetta finale di Luca del “ramen” voglio assolutamente riprovarla), ma soprattutto mi ha intenerito la complicità e l’amore filiale di Luca per il padre Vincenzo.
Già dalle prime pagine, prima scherzosamente lo massacra paragonandolo ad un “cingolato che quando si mette una cosa in testa è pressoché impossibile fermarlo” ma poi precisa che questo cingolato “ha anche la marcia indietro…e quando ha torto non è che te lo fa capire, te lo dice proprio, ti chiede scusa e anche questa non è una cosa da poco …. Da un lato ti dice che bisogna fare le cose bene perché è così che si fa, dall’altro ti spiega che possiamo definirci uomini perché moriamo e perché sbagliamo, che il punto non è il risultato ma quello che facciamo per arrivare al risultato”.
Infine, Luca prova a tracciare un bilancio di quello che resta alla fine del viaggio e così conclude: … “un mese passato con papà che, come il vino, più invecchia più è buono, anche se gli aumentano le ansie”.
Giunta al termine di questa meravigliosa lettura posso semplicemente ribadire che davvero “E’ na’ capata”!

A ‘e gruosse le piaceno ‘e nummarielle

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Una parte della citazione che potete leggere sotto l’avevo già pubblicata su Sottolineato Il libro dei libri del mio amico Adriano Parracciani, ieri e oggi dedicato al rapporto tra la testa e le mani, tra il dire e il fare, tra il fare e il pensare. Ho un gran mal di testa, l’umore non è dunque dei migliori, e le cose con cui solitamente mi destreggio mi sembrano oggi particolarmente pesanti e difficili da trattare.
Sulla mia scrivania è ricomparso da qualche giorno ‘O Princepe Piccerillo, è il mistero davvero glorioso delle case dove i libri vanno e vengono, sono sempre di passaggio, l’ho aperto, mi sono ritrovato a pagina 18, mi sono messo a fare copia copiella. Il mal di testa sta sempre là, ma tutto il resto mi è sembrato un pò più leggero.

A ‘e gruosse le piaceno ‘e nummarielle. Quanno vuje lle parlate ‘e n’amico nuovo, nun se ne mportano maje d”e ccose essenziale. Nun v’addimannano maje: “Che voce tene? Qua’ juoche le piace ‘e fa’? Facesse cullezione ‘e palomme?” Ma v’addimannano: “Quant’anne tene? Quanti frate? Quanto pesa? ‘O pate quanto abbusca?” Sulamente accussì penzano d”o conoscere. Si vuje dicite a ‘e gruosse “Aggio vista na bella casarella pittata rosa, cu ‘e ggeranie é ffeneste, e ‘e palomme ncopp’ ‘o titto …” loro nun so’ capace ‘e se l’affiurà. Avita ‘a dicere: “Aggio visto na casa ‘e cientomila lire,” e allora diceno: “Comm’é bella!” […] So’ fatte accussì. Nun v’avite ‘a piglia’ collera. ‘E piccerille hanno ‘a essere accundiscendente cu ‘e gruosse.
Antoine de Saint-Exupéry, ‘O princepe Piccerillo, traduzione in lingua napoletana di Roberto D’Ajello, Franco di mauro Editore, pagina 18.

Thanks

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Ieri, nel corso di una chiacchiera via mail con Noa, oggetto la partecipazione di Piazza Enakapata (volete sapere cos’è eh, bisogna aspettare un pochino, ci sono delle regole e come sapete le regole vanno rispettate) a eBookFest, dal 10 al 12 settembre a Fosdinovo, mi sono ritrovato a scrivere che “è l’interazione tra amici e @mici, persone e webpersone, book, ebook e ibook, atomi e bit, che rende la  storia di Enakapata assolutamente originale, ai confini  con l’unico”.
Ogni giorno accadono cose che rendono semplicemente evidente tutto questo. Ieri per esempio è arrivato a casa mia Enakapata di Matteo Arfanotti. Ora coi vi aspettate che io vi dica che è bellissimo, stupendo, meraviglioso. E’ vero,  è proprio così, ma detto così è troppo scontato, finisce che voi non mi credete veramente. Allora vi dico tre cose.
La prima è che quando Luca mi ha detto è bellissimo mi sono tranquillizzato, lui per dire bellissimo deve essere veramente bellissimo, una volta quando era giovane ma giovane davvero di una stupenda ma davvero stupenda ragazza che avevamo incrociato per strada disse “sì, però ha le dita dei piedi troppo tozze” e da allora con lui di belle ragazze non ho voluto parlare più.
La seconda è che quando l’ho visto sono ritornato bambino, mi sembrava di volare,  me song cunsulato, ho pensato sinceramente che tanto affetto nei miei confronti è esagerato, ho pensato no ma io devo fare qualcosa per far capire a Matteo quanto gli voglio bene, ho pensato mo è meglio ca me fermo sinnò me vene ‘na cosa.
La terza è che quando la sera l’ho dovuto lasciare, nel senso che l’ho portato a Peppe per fargli mettere la cornice, mi sono sentito come quando mio fratello Antonio è partito per il militare. Lo sapevo che tornava, ma stavo male lo stesso.
Ecco, adesso penso che ci dovete credere a quello che vi ho detto, perché se non ci credete è un problema vostro, non più mio.
Prima di metterci il punto, voglio dire che il grazie del titolo non è rivolto solo a Matteo, ma anche a Felicia Moscato che il suo bellissimo quadro dedicato a Enakapata lo ha già fatto (e che domani se si presenta si dovrà sudare l’esame come e più di tutti gli altri, è la legge del ring, o almeno quella del mio ring) e a Concetta Tigano che lo sta facendo. E poi voglio dire grazie anche a tutti quelli che hanno recensito il libro, più di cento ormai, e poi a Adriano Parracciani con i suoi Grammi di Storia e le sue Sottolineature, erranti e non, e poi a Daniele Riva che scrive cose bellissime su Il canto delle Sirene, su Nuvole Gialle, su Viaggiatori Immobili, e poi a Viviana, a Carmela, a Deborah, a  Andrea, Santina, a Stefania, a Lucia, a Maria, a Antonio, a Cinzia e a tutte/i quelli senza i quali questo spazio semplicemente non avrebbe ragione di esistere.
Thanks.

Bella Napoli

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

No, no, non vi allarmate, non ho deciso di aprire una pizzeria. Innanzitutto perché nell’elenco, infinito quasi come la poesia di Leopardi, di cose che non so fare, c’è anche la pizza e io non mi metto certo a fare il pizzaiuolo se non posso fare la margherita e la marinara più buona di Napoli e dunque del mondo (perché solo la margherita e la marinara? e perché le altre sono pizze? e allora era una pizza anche quella con l’ananas che ho mangiato a Sydney dal mio amico Lucio da Montoro Inferiore, ma fatemi il piacere, è meglio che mi sto zitto perché altrimenti facciamo la fine della discussione sul viaggio). E poi perché se apro la pizzeria non la chiamo certo Bella Napoli, che ce ne sono già 250 mila, ma Pizzeria Enakapata, che fa molto più chic.
La bella Napoli a cui mi riferisco è quella che sta venendo fuori dalle chiacchierate che sto facendo per il mio prossimo libro.
Finora ho intervistato un ingegnere, un restauratore, un ferroviere, e un addetto alla vendita di musica, film e videogiochi, tutti rigorosamente napoletani, e sapete le due parole chiave che accomunano tutte queste belle persone?
Amore e Responsabilità.
L’amore per il proprio lavoro.
La responsabilità di fare bene il proprio lavoro.
Sì, sta venendo fuori proprio una bella Napoli. Una Napoli che non mi fa rimpiangere Tokyo, che anzi ha un qualcosa di più che la rende unica.
Dite che  Napoli non è tutta così? E proprio a me lo venite a dire?  Oggi  è la seconda volta che lo dico: io racconto storie, non faccio rivoluzioni.  Però le storie si prendono cura di noi e dunque io spero che continui così. Se va male, scrivo un bel libro, se va bene, beh, se va bene, mannaggia  quante feste che dovremo fare. Non ci credete al lieto fine? Neanch’io. Però non si può mai sapere. Come dicevano gli antichi, quello che non succede in mille anni succede in un giorno. In ogni caso prometto che vi tengo informati. E’ il minimo che posso fare per voi.

Mi consenta, lei allatta a doje zizze

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Ieri pomeriggio e stamattina sono riuscito a stare insieme a mamma e Antonio, Gaetano e Nunzia, i miei fratelli. Antonio è arrivato qualche giorno fa da Bologna, l’altro ieri Nunzia ha compiuto gli anni, Gaetano da meno di un mese è tornato a vivere con la sua famiglia nella casa sopra a mamma, Antonio avevo deciso anche di intervistarlo per il nuovo libro che sto scrivendo e dunque l’occasione è stata di quelle giuste per organizzare la rimpatriata. Lo so che detta così sembra una banalità, ma in realtà non lo è. Non solo perché in realtà accade di riuscire a stare tutti assieme non più di 2 quando va bene 3 volte all’anno, ma anche perché più si va avanti con l’età e più si rischia di incontrarsi solo quando accade qualche cosa di negativo.
Stamattina è stato Antonio, mentre parlavamo non ricordo più di che cosa ah, sì, del telefonino (il suo ha una decina di anni e reclama la pensione e Gaetano gli ne ha regalato uno che i suoi figli non usano più) a commentare con un “ah, mò pozz allattà a doje zizze” e a ricordarmi questa espressione che usava papà quando voleva criticare i nostri tentativi di tenere due piedi in una sola scarpa,  di volere tutto e il contrario di tutto, di cercare i vantaggi di una situazione e allo stesso tempo quelli di una situazione contraria, tipo ad esempio quando  si parlava di autonomia e indipendenza dalla famiglia senza porsi il problema di avere un lavoro.
Come sempre quando mi vengono in mente queste cose, prima rido e poi, diciamo così, penso. Questa volta ho pensato che da oggi in poi invece di dire “mi consenta, lei ha un conflitto di interessi” dirò “mi cnsenta, lei allatta a doje zizze”. Sì lo so che lo stesso non si risolve nulla, ma almeno ci scappa un sorriso, da un sorriso una risata, da una risata … com’era la cosa?, ah sì, una risata vi seppellirà. Speriamo.

I know. Lo so. ‘O saccio

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

“… Per apprendere bisogna in primo luogo capire. Poi studiare. Infine connettere ciò che si è capito e studiato a contesti di vita reale. Il resto è noia. Roba per cacciatori di crediti. Studenti senza qualità.” (ENAKAPATA) … quanto mi piace … io l’ho dedicata a mia nipote che quest’anno ha la maturità!
Questa volta è stata la mia @amica Simona Salvatore a darmi due buone notizie e un’idea.
Partiamo dalle buone notizie. La prima è che sta leggendo il libro, e come sapete  io sono della serie chi trova una lettrice, un lettore, trova un tesoro. La seconda, per la verità non me l’ha data lei, l’ha scoperta il vecchio scugnizzo napoletano che alberga, insieme a tanti altri, in me, è che ha segnalato Enakapata anche sul gruppo Libri che Passione, al quale mi sono naturalmente iscritto.
L’idea è quella di spendere ancora qualche parola su cosa vuol dire studiare e sul perché è importante studiare. L’ultimo dolore l’ho avuto da una studentessa che ha affermato, candida, che lei in 3 giorni prepara gli esami da 3 crediti e in una settimana quelli da 6, “poi qualunque voto lo prendo”, la sua serafica conclusione.
Detto che preparare non è il verbo giusto in casi come questi, impreparare andrebbe già meglio, vorrei evitare però di ridurre tutto a una questione dei ragazzi, perché insieme o forse anche prima c’è una questione istituzioni, dalla scuola elementare all’università, e una questione prof., troppo spesso mal preparati, senza un minimo di amore per il loro lavoro, o anche solo demotivati, umiliati perché sono pagati male e trattati peggio, che è più comprensibile ma produce lo stesso effetto dal versante dei ragazzi.
Io un’opinione me la sono fatta, ma prima di dirvela mi piacerebbe foste voi a raccontare la vostra. Allora, forza, non lasciate tempo al tempo, che gli esami si avvicinano.

Dialogo finito in (finta) disturbata intorno a Enakapata di Lucia Rosas, Carmela Talamo e Viviana Graniero

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

L’idea me la suggerisce il commento di Cinzia Massa al dipinto di Matteo Arfanotti: “che invidia … Vincenzo sei proprio sicuro che a casa mia non starebbe meglio? 😀 E’ semplicemente FAVOLOSO!”, cosicché scrivo sulla bacheca di  Facebook. “A sentire Deborah Capasso de Angelis, Viviana Graniero e Cinzia Massa a casa loro The Enakapata Picture by Matteo Arfanotti starebbe alla grande. Sono commosso, ma declino l’offerta. Potrei però organizzare una festa sul terrazzo con visita al dipinto. Che ne dite?”.
E’ Lucia Rosas la prima a cliccare su “mi piace”, poi interviene Carmela Talamo, poi Lucia, poi Carmela, poi … ma che ve lo dico a fare, adesso ve lo scrivo. Io lo trovo un pezzo di teatro, voi fate voi.

Carmela Talamo
Questo quadro starebbe bene ovunque ma visto che si appropinqua il mio compleanno magari…

Lucia Rosas
Eccola, mi hai preceduto nella richiesta! 🙂

Carmela Talamo
Si appropinqua anche il tuo compleanno?

Lucia Rosas
Poco più in là … ma se posso prenotare approfitto!

Carmela Talamo
Siamo troppe e tutte sfacciate senza vergogna … povero Enzo il solito maschio in minoranza, hihihi.

Lucia Rosas
Mali estremi, estremi rimedi. Enzo fonda scuola di scrittura sul mare e tutti insieme ammiriamo il quadro.

Carmela Talamo
Lulù, ma sei di luglio anche tu?

Lucia Rosas
NO, ma piace molto pure a me.

Detto che l’idea della scuola di scrittura sul mare mi piace da impazzire ma è purtroppo  irrealizzabile dato che mi mancano due requisiti fondamentali, i soldi e le competenze, aggiungo che magari possiamo aprire un laboratorio teatrale, e non è detto che non …..

Poi è arrivata Viviana Graniero

Viviana Graniero
Uè uè e poi dite che sono sempre io a fare succedere la disturbata… c’ero prima io!!!!

Lucia Rosas
In coda piccola! e stavolta posso dirlo !!!!

Carmela Talamo
Viviana, ma tu non devi dare retta alla tua amica bergamasca? Jamme bell jà

Lucia Rosas
Eeeeeh ?

Carmela Talamo
Jamme bell ja vuol dire è un’esortazione che possiamo tradurre con “forza sù”

Viviana Graniero
Carme’, agg’ pacienz’… ma io mi sono prenotata che era ancora in “costruzione”… per cui: ARIA!!!! hihihihihi

Lucia Rosas
Quindi mentre voi … parlate entro in salotto lo sfilo e come caccia al ladro … adieu.

Carmela Talamo
Sentite facciamola breve io sò la più grande e, quindi, decido io.

Viviana Graniero
A-me-mi chiamano Viviana Bond (e pure un poco bot e cct), statevi attente!

Lucia Rosas
A me strega. le ragazze di enzo non perdonano!

Carmela Talamo
Vabbuò io già l’ho detto prima che stavo scazzata mò come la mettiamo?

Lucia Rosas
Toglitela. anche se abbai ti faccio pernacchia! PRRRR

Viviana Graniero

Carmé e tirititittì!!! hihihi

Carmela Talamo

Che belli cumpagn ca teng (che belle amiche che ho)

E con questo, Enakapata ha anche la sua compagnia teatrale :-).

Pensiero di un sognatore

by Matteo Arfanotti

Padri e figli o carote e carote, questo è il problema

Concetta l’aveva scritto, qualche giorno fa, quando avevo pubblicato il discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi: “Conservato, stampato e lunedì lo leggo in classe!!!!”. Scritto fatto. Quelle che potete leggere di seguito sono le sue considerazioni post-fatto. Secondo me offrono un sacco di spunti per continuare a discutere. Buona partecipazione.

di Concetta Tigano
Come immaginavo…classi diverse reazioni diverse!
Ho una prima classe con ragazzini svegli e curiosi, dopo aver ascoltato con attenzione la lettura del discorso di Calamaandrei, la prima domanda è stata “noi cosa possiamo fare?”, con quegli occhi che chiedevano consigli , è stato bellissimo sentire questo interesse, poi tutti insieme a parlare tra loro chiedere, voglia di capire, di sapere, insomma un po’ di baccano, ma che bel baccano…..!!! Manco a dirlo è passata tutta l’ora parlando di regole da rispettare in tutti i campi , ma soprattutto da applicare in prima persona : casco , sigarette,rispetto, puntualità …..studio….

Ho anche una seconda, di gente un po’ “scafata” e con ben altri interessi, ragazzi molto più disinteressati , anche loro hanno ascoltato con una certa attenzione ma il commento finale è stato “anche se ci interessiamo…non cambia niente!” senza entusiasmo e disillusi, di già a 16-17 anni….
Ho cercato di coinvolgerli portando il discorso sui problemi della scuola, e lì un po’ si sono svegliati, ed è cominciata una discussione che li ha coinvolti…
Secondo me la differenza la fa un po’ le esperienze che hanno già avuto ed anche la brutta aria di rassegnazione che si respira, si rifugiano nell’ascolto di programmi idioti non seguono un TG , nessuno di loro ne aveva visto uno ieri sera, non cattiva informazione….nessuna informazione!!!!
Ma i genitori, cosi presenti per contestare un 5 al posto di un 6, che fanno???
I figli non sono carote, non crescono da soli!!!!
Ma forse da genitori carote…..figli carote!!!!

Signori, favorite i biglietti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Oggi, mentre nell’atrio della funicolare centrale aspetto il mio amico Angelo Marcone, passa un lavoratore credo filippino che mi vede dal lato sbagliato della porta, quello con il maniglione che permette di uscire ma non di entrare, si mette la mano in tasca, la ritira fuori, me la porge e mi dice  “vuoi il biglietto, signo?”. Gli sorrido, gli dico no, grazie, mentre cerco di spiegare che è già scappato via.

Due ore dopo, accompagno Angelo alla funicolare, la perde per un nonnulla, la prossima è diretta, bisogna aspettare 20 minuti, ci fermiamo fuori a chiacchierare ancora un pò, ad un certo punto mi racconta di Alì che non si chiama Alì.
E’ accaduto un pò di anni prima alla stazione centrale, sull’autobus in partenza per Arzano, alle porte di Napoli. Sale un lavoratore di colore, si siede, il conducente gli dice “cos’è, Alì, non si fa il biglietto?”. Il lavoratore in questione non risponde, probabilmente non ha capito che la domanda è rivolta a lui. Il conducente lo fa di nuovo, il lavoratore si alza, gli dice non mi chiamo Alì, il mio nome é Sulley Kemal Mustafà Mahallesi e ho regolarmente timbrato il biglietto giornaliero.

40 anni fa, arriva una lettera dai Moretti argentini, i figli di Vincenzo, il fratello più grande di papà. Ci chiedono aiuto per il concorso al quale stanno partecipando nel loro paese, vince chi raccoglie più biglietti di autobus, tram, filobus, metro in giro per il mondo.
In men che non si dica mettiamo su una catena di montaggio da far nvidia a Ford: i cugini maschi a raccogliere i biglietti negli autobus, alle fermate, chiedendoli alle persone (non era mica facile come oggi, bisognava  prima superare l’imbarazzo, poi spiegare perché facevi quella richiesta tanto strana), le cugine femmine a selezionare quelli buoni così come sono, a lavare e a stirare tutti gli altri e a mettere nelle buste, i cugini maschi ad affrancare e spedire. Non vorrei esagerare, ma credo che abbiamo inviato in Argentina più di diecimila biglietti per poi scoprire, una quindicina di anni dopo, che il concorso non era mai esistito, che i nostri cugini d’oltreoceano se l’erano inventato per sentirci vicini, per vedere se volevamo loro bene.
Voi che avreste fatto? Noi ci siamo commossi. Abbiamo mandato una bella lettera piena di affetto e con le firme di tutta la tribù rimasta in Italia. E li abbiamo pregati di non farlo più.

Ma se pò arraggiunà accussì?

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Non mi ricordo l’anno né, tantomeno, il mese e il giorno in cui fui coinvolto per la prima volta da papà in una discussione sul lavoro, mi ricordo però che qualche mese dopo traslocammo nel quartino di palazzo Limone, di fianco al cinema Arcobaleno, nella traversa di Corso Secondigliano, piano terra. Papà con i propri compagni di lavoro stabiliva rapporti di affetto vero e perciò si dispiaceva sul piano personale quando le cose non giravano come secondo lui dovevano girare. Lui era abituato alle fatiche da impresa privata, ai lavori per la costruzione delle infrastrutture che avrebbero consentito, nei primi anni 50, di portare la corrente elettrica fin su  nei paesini delle montagne abruzzesi e calabresi, cosicché quando passò all’Enel le cose da fare gli sembravano sempre poche. E poi lui era fatto così, per natura e per convinzione, e guai a contraddirlo quando diceva che “a fatica va pigliata ‘e faccia”, nel senso che le cose vanno fatte al meglio, nel più breve tempo possibile, così poi c’è il tempo per fare qualche altra cosa o anche per prendere un caffé, ma con la coscienza tranquilla di chi ha già fatto quello che doveva fare.

Forse è perché con mamma di lavoro non gli piaceva parlare, o forse perché quella cosa lì voleva dirla proprio a me, quella serà mi guardò e mi disse “’e capito, io dico a Sebastiano di finire il lavoro del giorno precedente e quello mi risponde calma Pascà, ’a fatica va fatta a meglio a meglio”. “A meglio a meglio?, e che significa? – gli chiedo -, e lui mi risponde “significa che prima ci prendiamo il caffé, poi magari inquadriamo un pò la situazione, poi facciamo qualche cosa di più semplice e poi alla fine finiamo il lavoro. Può darsi che nel frattempo ci chiamano da qualche altra parte, e qui il lavoro lo viene a finire un’altra squadra”. Ma se pò arraggiunà accussì? fu la finta domanda e la vera, amara, conclusione. Già. Si può ragionare così?

la Costituzione é ‘na capata

2 giugno. Storia. Costituzione. Lavoro. Diritti. Democrazia. Libertà. Futuro.
La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.
È così bello, è così comodo! è vero? La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi alla politica! […] Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perchè questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica.
Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica. […] In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie
”.
Il discorso, famosissimo, di Piero Calamandrei, è rivolto agli studenti milanesi. L’anno è il 1955. Ogni volta che lo rileggo penso “come vorrei che ci fossero ancora uomini capaci di dire parole così belle”. Ogni volta mi dico che non basta. Che la necessità di meritarsela, giorno dopo giorno, la nostra Costituzione e la nostra democrazia, è sempre attuale. Quest’anno ho deciso di dirlo ancora più forte. E mi farebbe davvero piacere dirlo assieme a voi. Come si fa lo sapete.

Enakapata di Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Matteo Enakapata Arfanotti

Enakapata  di Matteo Arfanotti è in dirittura d’arrivo. Posso dire che sono emozionato? Di più, che non sto nella pelle? L’ho detto. Sì, Enakapata è un libro speciale. Naturalmente non nel senso che quello che abbiamo scritto io e Luca è speciale, se anche fosse io sono l’ultima persona che può dirlo. Enakapata è speciale per tutto quello che sta determinando. Gli acrostici, i tautogrammi, i quadri, i racconti, i rapporti digitali che diventano umani, le @micizie che diventano amicizie, la serendipity e tutto il resto. Scorrendo  le immagini, dalla più recente ai bozzetti iniziali, potete seguire l’evoluzione dello splendido lavoro di Matteo. Non so perché ma credo che anche per voi  è difficile stare nella pelle. Proprio come accade a me.

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

by Matteo Arfanotti
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by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Matteo Enakapata Arfanotti
by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

SottolineaLotto

SottolineaLotto
SottolineaLotto

Una cosa così la poteva pensare solo il mitico Adriano Parracciani, sostanzialmente una lotteria per decidere chi vince un kit di monete.
Lui l’ha chiamata la lotteria modello Highlander, a me ha ricordato il tressette a perdere, perché ha messo in una scatolina i nomi dei partecipanti e vincerà quello che viene estratto per ultimo. I partecipanti sono Vavier Verdem, Lucio Tamburini, Angela Martinengo, Daniele Riva, Maria Paraggio, Francesco Iandelli, Vincenzo Moretti, Anna Iaccarino, Sara Antiglio.

Telecronaca:
Adriano Parracciani ha girato il panariello- scatolina.
Il primo sfortunato non vincitore ad essere estratto è Daniele Riva. Seguono Anna Iaccarino, Maria Paraggio, Francesco Iandelli, Vavier Verdem, Sara Antiglio, Angela Martinengo.
Rimangono Vincenzo Moretti e Lucio Tamburrini.
Ci sono Carmela Talamo e Maria Paraggio che fanno il tifo per me.
Adriano estrae l’ultimo bigliettino:
Vincenzo Moretti, dunque “The winner is Lucio Tamburini”.

Notizie Brutte: Nessuna.
Notizie Belle: L’esperimento ha segnalato dei limiti, ma nel complesso è più che riuscito, l’idea è assai simpatica, può avere un seguito, e Adriano è bravissimo nel ruolo di banditore.
Notizie Pazze: Su Sottolineato Enakapata è il libro più citato con 19 citazioni e io e Luca siamo al 4 posto tra gli autori più citati (non vi dico prima di chi veniamo perché altrimenti non ho più il coraggio di farmi vedere in giro).

Proposta: io lo chiamerei SottolineaLotto, che ne dici Adriano?

A Paolo e a Giovanni

Questo lo ha scritto Carmela su Facebook. E le cose che scrive lei mi piacciano un sacco perché non sono mai pre-fabbricate. Tra le tante bellissime meravigliose cose che si diranno e si scriveranno oggi per ricordare Falcone e Borsellino è difficile che qualcuno dica o scriva di plaffoniere. Per me questo fa la differenza, e in ogni caso mi piace. Mentre voi leggete io la vado ad avvisare.

di Carmela Talamo
Lo ricordo come fosse successo poche ore fa. Erano i giorni in cui si traslocava da Secondigliano a Somma Vesuviana, eravamo in macchina, i soliti noti, mio marito mia madre ed io. Si parlava di lampade, plaffoniere. Mamma voleva portarci in un negozio che aveva intravisto durante uno dei tanti tentativi di trovare il percorso più breve dalla vecchia casa alla nuova. L’atmosfera era serena e rilassata. All’improvviso la radio dà notizia dell’attentato. Silenzio. Nessuno aveva il coraggio di parlare. Ricordo che ho cominciato a piangere in silenzio, senza respiro, senza singhiozzi. Rivoli di lacrime mi bagnavano il viso. Era la rabbia ed il dolore ma, ahimè, anche la paura e la consapevolezza che sarebbe successo ancora.
Non ho mai pensato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come a degli eroi (eppure lo sono stati). Ho sempre pensato che fossero uomini che non avevano scelta, poichè la loro scelta l’avevano già fatta, ed erano rimasti coerenti ad essa per tutta la vita e a costo della vita stessa.

Una giornata particolare

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri  Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri Auguri a Cinzia per i suoi 45 anni. La regola vorrebbe che io porti il regalo e lei offra il pranzo ma temo che anche questa volta se voglio mangiare devo pagare io, a suo dire lei è prima una signora e poi una festeggiata e le signore che sopportano un maschilista esagerato come me come minimo non pagano. Dite che dovrei spiegarle che non sono un maschilista?, é una parola. Preferisco vivere.

Sarti, Burnich, Facchetti, Bedin, Giarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez, Corso. Sì, sono diventato tifoso dell’Inter grazie a loro, e a una Coppa vinta 46 anni fa a Madrid con 2 gol di Sandro Mazzola. Sì, poi l’anno dopo a Milano abbiamo fatto il bis contro il Benfica sotto il diluvio con una rete di Jair, ma stasera, ancora al Santiago Bernabeu di Madrid, se, e sottolineo se, con annessi corni, scongiuri , ecc., le cose dovessero andare come dovrebbero andare, potrò finalmente sostituire la mia vecchia formazione con la nuova,  Julio Cesar, Maicon, Lucio, Samuel, Chivu, Zanetti, Cambiasso, Eto´o, Sneijder, Pandev, Milito. Zitti, zitti, non dite niente, perché altrimenti …

Ancora stasera, dalle 22.00 trattabili (causa partita) al Marabù Club, via Toma 5, Napoli, Musica Blues-Rock-Soul anni ’60 – ’70 con Federica Morra,  voce, Alessia di Filippo, voce, Luca Moretti, basso, Andrea di Filippo, chitarra, Peppe Del Vecchio, batteria. Insieme fanno i Motor Sound e vi assicuro che è davvero un piacere ascoltarli (soprattutto se l’Inter …., zitti, zitti, non dite niente, perché altrimenti …).

Il post lo volevo intitolare “ma proprio tutto oggi doveva capitare”, poi non so perché m’è venuto in mente Ettore Scola. Una giornata particolare. Speriamo. Voi intanto zitti, zitti, non dite niente, perché altrimenti ….

Puzza di “nero”? Ti mando in prima classe…

Rosa Parks
Rosa Parks

Pubblicato ieri sera da Viviana su Facebook. Senza dirglielo (nel senso che lo faccio tra un pò, appena la “acchiappo” via web) ho deciso di pubblicarlo anche qui. La speranza è che parlare possa aiutare a prevenire e a guarire. Che l’indignignazione sia con voi.

di Viviana Graniero
E’ accaduto sotto i miei occhi, martedì mattina sul treno in partenza da Napoli, destinazione Roma Termini. Da qualche scompartimento vicino al mio (di seconda classe), poco prima della partenza, si sentivano urla e imprecazioni. All’inizio non era chiara la faccenda, poi, purtroppo, lo è stata fin troppo: un ragazzo napoletano si “lamentava” del fatto che il suo posto non era “praticabile” perché “puzzava di nero”. Ovviamente seguivano imprecazioni e offese contro i ragazzi extracomunitari presenti nel suo scompartimento (che avevano regolare biglietto valido fino a Roma!).

Morale della favola, quando è arrivato lo staff di Trenitalia, invece di buttare fuori a calci questo deficiente razzista, hanno controllato e ricontrollato i biglietti degli extracomunitari (dando loro del TU, mentre continuavano a dare del LEI al cretino) e infine, non potendo far niente per buttarli fuori hanno pensato bene di offrire la prima classe al “gentile signore” per il disturbo arrecato…
evviva l’Italia!

Rispetto

Il tema è il rispetto, il senso di sé, la soddisfazione che viene dall’appartenenza al mondo del lavoro, del sapere, del saper fare come alternativa al rispetto, al senso di sé, alla soddisfazione che viene dall’appartenenza alle cosche mafiose, dalla violenza, dalla sopraffazione.

Facciamo che tu debba scriverci un libro. Come lo scriveresti? Quale punto di vista sceglieresti? Che storie racconteresti? Come lo svilupperesti?

Deborah Capasso de Angelis says

by Matteo Arfanotti
by Matteo Arfanotti

Ho letto di emozioni, di sensazioni, di domande, di risposte, di ansia, di paura, di senso d’inadeguatezza, di gioia, di nostalgia, di soddisfazioni, di stupore, di amore, di ricordi, di volti, di luoghi sconosciuti, di luoghi noti, di notti insonni, di cose non dette, di cose non fatte, di cibo buono, di sapori amari, di dolci, cappuccini, letti stretti e corti, di scienza, di lavoro duro, di tecnologia, di scoperte sensazionali, di belle persone, di cervelli sublimi, di un giovane musicista, della sua chitarra, di fiori di ciliegio, di inchini, di treni puntuali, di novità, di risate, di qualche lacrimuccia.
Ho letto di uomini che non saranno mai caporali, di gente fantastica.
Adesso leggo il mondo anche con queste parole e sono più ricca.
Ho letto Enakapata!

Per indi poi

Auguri papà

Ciao pà,
se fossi stato da queste parti oggi avresti compiuto 80 anni e invece se non fosse stato per quella tua foto con la dedica a mamma, riemersa per caso mentre cercavo un notes dove segnare qualche appunto, forse non me ne sarei neanche ricordato. O forse si, chissà.
Ci sono tante cose buffe in questa faccenda, ma quella più buffa di tutte è che io non credo che tu possa sentirmi, non credo che ci sia un’altra vita, non credo alla trasmigrazione delle anime, non credo, punto. Anzi, no, c’è una cosa più buffa ancora ed è che sei stato tu a farmi capire che non credo. Tu non lo puoi sapere, ma è stato  il giorno del tuo funerale, sono arrivato alle 7.00 e ti ho trovato adagiato, nudo, in attesa che ti vestissero e ti componessero nella bara, su una lastra di marmo nella camera mortuaria.
Pà, te lo giuro, ho desiderato con tutte le mie forze di poterti rivedere un giorno da qualche parte e di poterti dire, come dice Trinity a Neo (lascia perdere, è un film, che anche a me Luca me lo ha dovuto spiegare venti volte per farmelo capire bene) quanto ti ho amato e quanto sei stato importante per me, con quel tuo carattere assurdo, prepotente, generoso, premuroso, orgoglioso, gentile.
L’ho desiderato tanto che mi sono dovuto fermare perché mi sembrava di morire, ma niente, ho pensato è andato, non lo vedrò più,  ha finito il suo giro.
Lo so, se tu adesso fossi qua diresti, “ma allora tu mò che bbuò a me?”, niente,  non voglio niente, quello che mi hai dato mi basta per 10 vite, voglio solo dirti che nonostante tutto non mi sono rassegnato all’idea che, come diceva un altro Pascal, con la “c”, non con la “q”, “qualche palata di terra sulla testa, ed è finita per sempre”, e allora ho cominciato a raccontarti, nelle mie chiacchiere, nei miei blog, nei miei libri, ed è così che sei finito qui.
Il fatto è che qui ci sono altre persone incredibili, alcune le hai conosciute, come Carmela, l’amica di Nunzia, Irene e Valeria, le figlie di Emma, Flavia, la tua nipotina preferita, altre non ti hanno conosciuto, come Concetta, Daniele, Santina, Adriano, Viviana e tante/i altre/i, altri ancora neanche io li conosco, e tutte/i  hanno cominciato a giocare assieme a me e hanno reso questo gioco bellissimo e  per me indimenticabile.
L’altro giorno su Sottolineato del mio amico Adriano Parracciani ho scritto una frase del mio amico Salvatore Veca, “non deve mai essere come se tu o io non fossimo esistiti per niente”, pensavo a te, a tutto quello che ci hai lasciato, e ho voluto condividerlo con i miei amici. Si lo so che tu non avevi bisogno di tutto questo, che eri pieno di amici che ti volevano bene; ne avevo bisogno io, e sono contento, di più, felice, di averlo fatto.
Per indi poi, come dicevi tu, oggi io, Antonio, Gaetano, Nunzia  e un altro bel pò di belle persone brindiamo ai tuoi ottantanni. La bottiglia è quella che ho messo qui a fianco, ci ho messo anche la tua etichetta, così caso mai puoi prenderne un sorso anche tu, che se il vino non era quello che facevi tu neanche lo prendevi in considerazione. Sì papà, diciamolo, perché altrimenti qui sembra tutta una storia mielosa: tu tineve nà cazz ‘e capa tosta che neanche a martellate ti si faceva cambiare idea. Vogliamo dire di quando ti sei spaccato la testa sotto l’inferriata che stavi pitturando e ti sei disinfettato con l’acqua ragia perché bruciava? O dei mesi di luglio alle 2 di pomeriggio con 40 gradi e tu al sole con il motozappa? Meglio che mi fermo qui, altrimenti …. si scopre che io tengo ‘a capa tosta peggio ‘e te. Per fortuna che tu il blog non ce l’hai, ma nel caso ti dovesse venire voglia, ti suggerisco di chiamarlo così, “per indi poi”. Mi dà una proiezione verso il futuro che mi  piace.
Tanti auguri, papà.
Alla prossima.

Tanti auguri papà

La foto, baffo malandrino, sguardo sorridente, giacca rigorosamente listata a lutto per la morte  dei suoi genitori,  l’ho ritrovata mentre cercavo un notes dove scrivere qualche appunto per domani.  E’ poco più grande di una foto tessera, più o meno delle dimensioni che potete vedere qui a fianco.
Davanti, nel triangolo bianco, questa scritta:
T’amo – impassitamente – sono il tuo quore che sembre ti ama, indimendicabile amore – tesoro felicità eterna. Pasquale. T’amo.
Sul retro, la città, la data e il seguito:
Chiedi – 14 – 2- 952
Dona Cotesta fota alla mia più grande Amore che sempre mi sognio è mi vuol bene fino alla morte! Ed io sono il tuo Amore che ti voglio sempre bene è ti sognia ti penso ti Ama.
Moretti Pasquale
Baci – Baci – Baci – Baci.

Ho cominciato a ridere, poi a piangere, poi ancora a ridere, ma sempre di gioia. Ho pensato a Totò, ad Anna Magnani, ad Amedeo Nazzari. Ho pensato la pubblico, è troppo bella, la foto con la dedica di papà a mamma. Ho pensato no, non si capisce, e poi magari chi la legge ride, e a me mi dispiace. Ho pensato ma sì, è l’amore di un uomo per la sua fidanzata,  che fa che Chieti diventa Chiedi, che gli accenti sembrano buttati dall’alto con l’elicottero, che la grammatica …., magari avviso tutti che non devono ridere. Ho pensato ma no, e che fa che ridono, in fondo hanno ragione, sto ridendo come un pazzo pure io. Ho pensato ma sì, se  papà fosse vivo domenica prossima compirebbe 80 anni, saremmo tutti attorno a lui, a dirgli quanto gli vogliamo bene. Ho pensat ma si, si, tanti auguri papà, vuol dire che domenica ti festeggeremo lo stesso. Magari faremo un brindisi. Ma sì, sì, perché magari.  Faccio proprio così.  Compro lo spumante, riempio i calici e ti ricordo come quella volta su La casa dei diritti:

A mio padre
al suo amore esagerato,
alla sua cura per l’amicizia,
al suo disprezzo per il denaro.

Sì, faccio proprio così.
Tanti auguri papà.

Laozi, Socrate, Zhuangzi

Laozi
Sapere di non sapere è la conoscenza suprema.
Non sapere credendo di sapere è la malattia.
Riconoscere la malattia come malattia,
questo è non essere malato.
Il saggio riconosce la malattia come malattia,
per questo non è malato.

Socrate
So perché so di non sapere

Zhuangzi
La conoscenza degli uomini dei tempi antichi raggiungeva il culmine ultimo. Qual’era il culmine ultimo della conoscenza? Riconoscevano che non esiste altro che il nulla. Quello in verità è il limite ultimo oltre il quale non si può andare. Poi c’erano quelli che ritenevan che le cose esistessero, ma non riconoscevano alcun confine fra di esse. Poi c’erano quelli che ritenevano ci fossero dei confini fra le cose, ma non riconoscevano nulla come giusto o sbagliato. Quando infine apparve la distinzione di giusto e sbagliato, il Dao perse la sua integrità. E quando il Dao perse la sua integrità, apparvero le preferenze personali.

Santina Verta, again

enakapata3Questo incontro”per caso” e “per fortuna” con Vincenzo e Luca Moretti mi conduce a scoprire concetti scientifici “serendipitosi” in un -viaggio- condito di concreta competenza e un pizzico di amarezza per quello che potrebbe essere la ricerca in Italia.. nello stesso tempo mi inebria del colore della nostalgia della meraviglia dei ciliegi in fiore fra templi e perfetta sincronia tecnologica. Mi arriva la percezione di suoni antichi e nuovi e ..gli incontri con persone che scandiscono il rinnovamento con modalità ritmate dal tempo delle regole condivise, danno speranza di futuro. Tutto il viaggio-diario è attraversato da un duetto padre-figlio esilarante e tenerissimo. Potrei mettere come colonna sonora…-ti invito al viaggio, in questo paese che ti somiglia tanto..( Battiato) mentre Pessoa direbbe:-“Un uomo, se possiede la vera sapienza, può godere l’intero spettacolo del mondo seduto su una sedia, senza saper leggere, senza parlare con nessuno, soltanto con l’uso dei sensi e il fatto che l’anima non sappia essere triste”.

Tic tac tic, tac tic tac. E siamo a 100. Grazie a Giovanni

enakapata3Tic, tac, tic, dalla finestrella di Facebook appare il nome Maria Paraggio e la scritta “Buonasera prof., Giovanni ha finito di leggere Enakapata. Se le fa piacere, gliene vuole parlare”.

Tac, tic, tac, “mi fa piacere?, certo che mi fa piacere, mi fa piacere un sacco, e poi Giovanni sarà il 100 lettore che lascia una recensione, un messaggio, un commento, bisognerà fargli un regalo”.

Tic, tac, tic, “buonasera professore sono Giovanni Salomone”.

Tac, tic, tac, “ciao Giovanni, chiamami pure vincenzo,  tanto qui non stiamo all’università”.

Tic, tac, tic, “vabbè, ma sempre professore siete !!!”.

Sorrido, rido, schiatto, tac, tic, tac, “per la verità non sono professore, sono Vincenzo, ma ne riparliamo tra qualche anno. A proposito Giovanni, quanti anni hai?”.

Tic, tac, tic, “13, ma il 1° luglio ne compio 14”.

Tac, tic tac, “allora ti è piaciuto il libro?”.

Tic, tac, tic, “si molto”.

Non avevo finito il tac, tic, tac precedente che già pensavo Vicié, e se glielo chiedi così cosa ti deve dire questo ragazzo?, quando tic, tac, tic, Giovanni aggiunge “anche perchè in fondo andare in Giappone è il mio sogno”.

Tac, tic, tac, “azz, bellissimo, perché è il tuo sogno?”.

Tic, tac, tic, “amo molto la cultura giapponese, leggo i loro fumetti e faccio anche un corso per imparare a disegnare i manga. Poi seguo la maggior parte degli anime giapponesi e quasi tutti i videogiochi li prendo giapponesi. Poi i giapponesi sono educati, gentili, rispettosi delle regole. E di questo ne ho avuto conferma nel vostro libro. E poi mi piace il fatto che sono diversi da noi, che hanno altri interessi che non entrano per niente nella nostra concezione. Mi riferisco, per esempio, al fatto che in Italia il disegno è una passione legata più all’arte vera e propria mentre in Giappone il disegno è comunicazione e divertimento oltre ad essere arte”.

Tac, tic, tac, “come conosci tutte queste cose del Giappone?”.

Tic, tac, tic, “beh, direi che so molto poco e quel poco che so l’ho imparato leggendo”.

Ri-azz, già è arrivato a Socrate?, boh, tac, tic, tac, “leggendo cosa?”.

Tic, tac, tic, “manga, libri in generale (Ichiguchi Keiko è molto brava, descrive in maniera compiuta la loro cultura. Ho imparato molto anche leggendo il vostro libro. A proposito, ma poi vostro figlio lo sta suonando il basso comprato a Tokyo??”.

Tac, tic, tac “si, si”.

Tic, tac, tic, “chissà che bello !!!!, io invece suono la chitarra”.

Tac, tic, tac “sei bravo?”.

Tic, tac, tic, “ho iniziato da poco ma l’insegnante dice che me la cavo”.

Tac, tic, tac “ti piace?”.

Tic, tac, tic “si, tantissimo, anche se il mio obiettivo è suonare la chitarra elettrica”.

Tac, tic, tac “lo credo bene, magari una bella Fender Stratocaster come quella di Eric Clapton”.

Tic, tac, tic, “beh non esageriamo”.

Tac, tic, tac, “esageriamo esageriamo. A proposito di esagerazione, conosci Made in Japan dei Deep Purple?”.

Tic, tac, tic, “no”.

Tac, tic, tac, “la prossima volta che incrocia tua mamma te lo faccio avere. È un disco esagerato. E se non esageri alla tua età quando esageri?”.