Lezioni Napoletane | Sergio Cofferati

Buongiorno a tutti,
quando mi è stato chiesto di venire questa mattina a parlare qui con voi, ho pensato soprattutto alle cose da dire ai più giovani. Confesso che mi è difficile immaginarmi nei panni di chi è intento a “scrutare i segni del tempo” ma ho trovato interessante, stimolante, la richiesta che mi è stata avanzata. E poiché non è facile per me dirvi quale sarà il futuro che ci aspetta, cercherò di dirvi quale vorrei che fosse il futuro per molti di noi.
Nell’immaginario collettivo di tante persone, soprattutto dei più giovani, il futuro è spesso descritto come una sorta di antro buio della convivenza tra le persone, basta pensare all’immagine che ci viene data da tante forme di rappresentazione culturale, dal cinema alla letteratura, ai fumetti. Per chi come voi immagino abbia un rapporto con queste cose, per chi ha delle passioni, degli interessi di questo tipo, non è difficile riandare ad immagini note, a parole scritte e apprezzate tante volte.
La produzione letteraria affida addirittura ad un genere come la fantascienza la descrizione delle vicende future e straordinari scrittori, da Bradbury ad Asimov a Phil Dick si sono lungamente esercitati, sconfinando per fortuna dai limiti del genere, per descrivere mondi carichi di angoscia, di preoccupazioni, di nevrosi . E le stesse immagini, quelle ad esempio create da disegnatori straordinari come Jean Giraud, che conoscerete come Moebius, o come Corben, descrivono spesso un futuro che ha i tratti a cui mi sono appena riferito.

Venendo qui andavo con la memoria ad alcune scene di un film che ha segnato una parte dell’esperienza della mia generazione, 2001 Odissea nello Spazio, con questa astronave che viaggia verso il buio sulle note allegre di un valzer di Strauss, “Danubio Blu”. E credo che molti di voi ricorderanno l’inizio di un altro film importante per la mia generazione, “Blade Runner”, ambientato in una San Francisco di un’epoca “lontana” dallo scrittore del libro da cui il film è tratto, Phil Dick. Il libro ha per me un titolo di grandissimo fascino “Gli androidi possono sognare le pecore elettriche” e la San Francisco del 1992 (che nel film diventerà la Los Angeles del 2019) è una S. Francisco in cui Dick scrive che i granelli di polvere radioattiva sono così tanti e talmente grigi da oscurare il sole.
Siamo davvero condannati ad un futuro così? E’ davvero inevitabile un futuro carico di tanti elementi potenzialmente negativi?
Io penso di no. Penso che le persone che oggi hanno ruoli di responsabilità debbano lavorare perché soprattutto le generazioni più giovani abbiano un futuro nel quale il sole sia visibile. E il sole, per le generazioni future, sono gli elementi di certezza, la possibilità di realizzare sè stessi come persone. Per fare questo, credo sia necessario dare risposte positive a tre questioni prioritarie: la prima, la più delicata nella società attuale, è quella relativo al sapere, anzi, come è più corretto dire, ai saperi; la seconda è quella relativa al lavoro, ai lavori; la terza è rappresentata dai diritti, quelli universali, quelli di cittadinanza, quelli connessi con le attività lavorative comunque definite e dovunque espletate.
Perchè il sapere, i saperi?
Perché il sapere, i saperi, la ricerca, in qualunque campo espletata, sono fondamentali per l’evoluzione di una società.
Perchè il tasso di civiltà di una società si misura sulla quantità di occasioni che quella civiltà, quella società, sanno offrire alle generazioni più giovani.

Io spero dunque che nell’Italia degli anni a venire questo tema, quello dei saperi, abbia la collocazione giusta, una collocazione assolutamente prioritaria. E sono convinto che la scuola è lo strumento fondamentale per offrire un’occasione di crescita culturale, attraverso l’apprendimento, alle persone più giovani. Penso perciò che la scuola italiana vada aiutata con interventi mirati a farne davvero il primo luogo nel quale i cittadini si formano, apprendono e diventano cittadini consapevoli del mondo.
La scuola italiana ha oggi problemi seri. Una parte di questi problemi si sono trascinati negli anni in ragione del fatto che le risorse disponibili erano poche. La crisi che ha colpito l’economia italiana, le difficoltà finanziare dalle quali stiamo uscendo solo adesso hanno infatti ridotto oggettivamente le risorse disponibili anche per le attività direttamente o indirettamente connesse alla scuola. Ma oggi esistono le condizioni, in virtù della fase di risanamento che questo paese si è messo in larga parte alle spalle, perché si possa tornare a investire.
Io credo che queste spese, questi investimenti futuri, debbano essere destinate prioritariamente alla scuola. E penso di conseguenza ad una scuola in grado di riformarsi rapidamente e di diventare luogo attrattivo per tanti ragazzi.
I problemi sono tanti, e noti agli insegnanti e ai studenti che li vivono in prima persona, ai genitori e agli adulti in genere.
La scuola necessita di investimenti, di risorse consistenti, destinate ad offrire una effettiva pluralità di strumenti, linguaggi, conoscenze.
Diceva prima Moretti che il mondo che ci aspetta è un mondo in cui le tecnologie hanno un peso, un rilievo, molto più determinante che nel passato: è indispensabile che la scuola sia in grado di conoscere per tempo queste tecnologie e possa utilizzare le più efficaci per fornire un servizio migliore ai cittadini, in questo caso ai ragazzi. C’è poi un problema, strettamente connesso al precedente, che riguarda i programmi di aggiornamento, le forme di conoscenza che vengono afferte ai ragazzi. E c’è l’esigenza improcastinabile di riformare e riorganizzare i cicli scolastici.
Soltanto il combinato disposto di un riassetto dei cicli, della struttura, delle tecnologie e dei programmi potrà far fare alla scuola italiana il salto qualitativo che è necessario.
Io penso che questo rilancio dell’attività scolastica, delle occasioni con le quali si offrono elementi di conoscenza indispensabili per la vita di una persona, debba avvenire nel rispetto delle norme costituzionali. Ritengo perciò che si debba uscire da una disputa invero pericolosa, sbagliata, sui rapporti tra scuola pubblica e scuola privata e credo che sia lecito lavorare perché nel futuro lo Stato non rinunci ad un obbligo fondamentale come quello di offrire ai suoi cittadini gli elementi di formazione e di conoscenza che servono.
Da questo versante il ruolo della scuola pubblica è insostituibile.
Non soltanto perché è definito dalle norme costituzionali, ma perché è compito fondamentale di uno Stato offrire ai suoi cittadini tutto quello che serve per farli essere in grado di gestire sé stessi e il proprio destino con gli strumenti culturali necessari.
Questo significa per me agire in modo tale che le famiglie siano messe nelle migliori condizioni per avviare alla scuola i propri figli. Significa applicare norme costituzionali senza avere trasferimenti dello Stato verso le scuole private ma utilizzando la leva fiscale per dare a tutti i cittadini le stesse possibilità e le stesse condizioni per scegliere qual è la scuola nella quale decidono di formarsi e di istruirsi. Stesse condizioni, leva fiscale da utilizzare in un rapporto stretto con le condizioni di reddito in modo tale che si realizzi un diritto di cittadinanza fondamentale.
Bisogna agire sulla domanda e non sull’offerta, dunque, affinchè l’offerta non subisca alterazioni, affinchè non ci siano violazioni del dettato costituzionale, affinchè a tutti siano offerte le stesse condizioni.
Ovviamente la scuola da sola non basta ed è importante che ad essa vengano affiancati luoghi e percorsi formativi attraverso i quali le persone possano apprendere e aggiungere conoscenza a quella che la scuola offre.
Considero in questo ambito molto importante il fatto che si sia recuperata un’attenzione al tema della formazione.
La formazione è uno straordinario strumento di competizione per chi la sa utilizzare al meglio e l’obbligo della formazione fino a 18 anni, introdotto con l’accordo che abbiamo siglato qualche settimana fa, è un passo avanti importante. Perchè nasce dalla consapevolezza di quanto sia importante mettere a disposizione di tanti ragazzi luoghi per imparare, aggiornarsi, diventare cittadini consapevoli e lavoratori forti. Perchè i paesi che prima di altri hanno destinato risorse ed attenzione a questo tema hanno saputo reggere meglio di altri anche le vicissitudini a volte complesse relative agli andamenti del ciclo economico.
E’ certo indispensabile offrire delle occasioni di lavoro, tornerò su questo tema, ai giovani, ma bisogna sapere che per loro non ci saranno più le regole, le condizioni che sono valse per le generazioni precedenti e quel che si impara oggi a scuola avrà bisogno di essere aggiornato, rinnovato, con una celerità che non era necessaria per le nostre generazioni.
L’utilizzo di nuove tecnologie, la padronanza di nuovi linguaggi, impongono aggiornamenti sistematici, continui. Bisognerà studiare per tutto l’arco della vita, bisognerà mettersi in condizione di apprendere, arricchire le proprie conoscenze sempre. Per essere cittadini consapevoli e lavoratori in grado di collocarsi nel processo produttivo senza subire pesanti effetti negativi quando il ciclo economico flette.

E veniamo dunque al tema del lavoro, che, per le ragioni che spero siano emerse da quanto ho detto finora, è strettamente connesso ai temi della scuola e dei saperi.
Perché alle generazioni più giovani vengano offerte occasioni di lavoro, perché ci siano una prospettiva positiva per tante persone è indispensabile che vengano realizzati contestualmente più obiettivi.
Nel mondo che ci aspetta le barriere tra i paesi saranno sempre più tenui e la competizione avverrà tra grandi aggregati sovranazionali. Credo che la globalizzazione vada considerata anche così, come un processo che può favorire, se positivamente gestito, una crescita, una evoluzione per tanti paesi e tante economie, come una occasione di emancipazione per milioni di persone.
Certo, come tutti i processi, non sarà lineare né privo di ambiguità e di rischi, ed i suoi esiti dipenderanno da come gli uomini e le donne lo orienteranno, a partire da coloro che hanno incarichi di responsabilità. Ma è un processo che presenta tante potenzialità.
Alla base della costruzione dell’Unione Europea non ci sono soltanto valori ideali (le vecchie, nobili idee dei padri dell’Europa), ma anche esigenze e bisogni materiali di un mercato globale nel quale si può competere meglio e più efficacemente se si sta insieme, se si costruiscono dimensioni economiche e poi istituzionali e politiche più ampie di quelle precedenti.
E questo non vale soltanto per la piccola impresa che deve internazionalizzarsi (sapete come è importante per molti produttori, anche italiani, il rapporto e l’integrazione con altri produttori nello stesso settore, nella stessa attività) ma anche per le economie dei paesi che vogliono competere nel mercato globale .
L’Unione Europea è anche la conseguenza di questo processo, non soltanto della realizzazione di importantissimi valori ideali.
Certo, in questo mondo più piccolo, nel quale le distanze sono più brevi in virtù delle tecnologie disponibili, la globalizzazione porterà anche momenti di tensione, di conflitto tra gli aggregati che si sono via via costituiti. E’ importante però che da questi conflitti, da queste tensioni, nasca comunque un processo evolutivo e che lo sviluppo delle economie, e le politiche espansive, siano sempre al centro delle scelte che verranno di volta in volta fatte, pur senza perdere di vista il giusto equilibrio tra politiche espansive e condizioni oggettive di gestione finanziaria di un paese o di un aggregato nazionale.
L’obiettivo è quello di fare crescere ogni singolo paese, ogni aggregato, perché soltanto dallo sviluppo e dalla crescita possono venire le condizioni per offrire concretamente occasioni di occupazione e di impiego a milioni di persone, a cominciare da quelle più giovani.
Siamo entrati da qualche mese in un consesso importante come l’Unione Europea, la costruzione della moneta europea è stata la porta di accesso all’Europa comunitaria. Il nostro paese ha sopportato sacrifici consistenti per realizzare gli obiettivi che ci hanno consentito l’ingresso nella moneta unica, sacrifici che non avevano alternative dato che l’esclusione dalla comunità europea avrebbe avuto conseguenze drammatiche e arrecato danni enormi, soprattutto agli interessi dei più deboli.
Le crisi finanziarie di paesi lontani, quelle del sud est dell’Asia o quelle di paesi sudamericani avrebbero infatti avuto qui ripercussioni pesanti, saremmo stati oggetto di speculazioni e con tutta probabilità la nostra moneta sarebbe stata svalutata.
Chi ne avrebbe tratto vantaggio? Forse qualche piccolo settore, come quelli che negli anni passati hanno utilizzato la svalutazione per competere, ma per i più deboli, per i pensionati, i lavoratori dipendenti, per tantissime famiglie la svalutazione della moneta sarebbe stata un danno rilevante.
Lo dico oggi a posteriori per ricordare, in primo luogo a chi ci ha criticato per la nostra scelta europeista fin dalla prima ora, quali sarebbero state le derive pericolose, in qualche casa addirittura disastrose, per il Paese, se si fosse dato retta ad alcune sirene che volevano rinviare nel tempo l’ingresso nell’area dell’euro.
Per ragionare seriamente di lavoro e occupazione occorre stare insieme agli altri, occorre far si che l’Europa diventi un aggregato competitivo nel mondo, recuperi la sua capacità di sviluppo e di crescita e l’utilizzi per dare risposte positive e convincenti a tanti cittadini, con la consapevolezza che lavorare non è solo un modo attraverso il quale le persone hanno un’occasione di reddito ma anche una strada per realizzarsi.
Ma l’Europa per noi è indispensabile anche per risolvere i nostri problemi specifici, a cominciare da quelli del Mezzogiorno, da quelli che assillano voi ragazzi e le vostre famiglie.
Il nostro è un paese dai tratti a volte persino paradossali. Alcune provincie italiane sono tra le provincie a più bassa disoccupazione di tutta Europa (quella nella quale sono nato io nel 1998 ha avuto ad esempio una disoccupazione inferiore al 4%); ma siamo allo stesso tempo il paese che ha le provincie con la più alta disoccupazione d’Europa.
La bellissima città che ci ospita oggi è per l’appunto una città di questa parte d’Italia che ha problemi seri da risolvere rapidamente.

Questa contraddizione la dobbiamo risolvere noi, è compito di chi governa questo paese, delle forze sociali che possono contribuire alla ricerca di soluzioni efficaci, dare risposte positive alle esigenze della parte più debole.
Ciascuno di noi sa che senza una crescita complessiva del Paese, senza politiche espansive che coinvolgano anche gli altri paesi difficilmente avremo le risorse necessarie per risolvere i problemi del Mezzogiorno e pur tuttavia nessuno può sottrarsi all’obbligo, mentre chiede politiche efficaci e coerenti nel resto dell’Europa, di fare la sua parte qui, di affrontare tutti i temi che sono tipici della sua condizione, della società e dell’economia nella quale vive.
Per questo anche in Italia bisogna crescere, bisogna completare il processo di risanamento che negli ultimi anni è stato avviato e che per fortuna abbiamo in larga misura alle nostra spalle.
Non bisogna abbandonare le politiche di rigore che ci hanno consentito di arrivare fin qui; non bisogna sottovalutare le anomalie che ancora permangono, il fatto che il nostro debito sia più alto di altri paesi europei. Contemporaneamente, bisogna utilizzare una quota della ricchezza che si produce per creare lavoro, perchè il lavoro viene dagli investimenti, dagli investimenti tradizionali e da quelli innovativi.
Bisogna realizzare le condizioni perché questi investimenti vengano realizzati, perchè attraggano nei territori più deboli gli imprenditori privati, e rendano remunerativo lo sforzo che a questi imprenditori si chiede. E credo che molte delle cose che debbono essere fatte, soprattutto quelle che servono ad abbattere le diseconomie, sono quelle a cui ci riferiamo molti di noi, e dei nostri interlocutori di governo o di impresa, quando parliamo di infrastrutture da realizzare, di formazione da rendere disponibile.
Quando in tanti territori mancano ancora infrastrutture elementari come le strade, le ferrovie, i porti, quando non ci sono stati processi di innovazione nelle infrastrutture e nelle tecnologie, come quelle che consentono di connettere noi che siamo qui con altri, in questo caso gli studenti e gli insegnanti dell’istituto Mario Pagano, che ci vedono, ci ascoltano e dialogano con noi da un altro luogo, quando le città non sono state cablate, quando le tecnologie informatiche sono così carenti in quantità e qualità, non ci sono soltanto condizioni negative per chi investe, ci sono condizioni negative anche per chi vive, e noi dobbiamo porci sempre il problema di facilitare la crescita economica per consentire, attraverso il reimpiego della ricchezza che si produce, di dare una risposta positiva a molti problemi, a cominciare da quello del lavoro, e contemporaneamente dobbiamo pensare alla qualità della vita delle persone che sono impegnate in questo processo.
Globalizzazione, Europa, Mezzogiorno e politiche attive per il lavoro: soltanto una soluzione positiva di questi aspetti può portare il futuro positivo al quale facevo riferimento.
Anche il mercato globale ha naturalmente bisogno di regole. Ciò vale per i grandi aggregati sovranazionali, questo nuovo fronte, più ampio rispetto a quello tradizionale nell’ambito del quale siamo cresciuti, così come vale per i singoli paesi e, per la parte di autonomia che gli resterà, anche per le imprese e per le organizzazioni dei lavoratori.
La qualità nella competizione e nel mercato globale va considerata infatti anch’essa come una priorità nelle scelte che devono essere realizzate nei vari livelli che vi ho indicato, perché qualità significa regole e un mercato senza regole rischia di essere una sorta di giungla nella quale soggetti che hanno nell’esigenza di sopravvivere il motore principale dei loro comportamenti si contendono spazi a colpi di clava.
Il mercato è tale quando ha regole, quando impedisce la sopraffazione dei forti sui deboli, quando impedisce il crearsi di monopoli che marginalizzano il restante delle attività.
Ho trovato spesso stucchevole la discussione, non ancora terminata, sulle privatizzazioni, in un paese come il nostro, non perché consideri questa discussione inutile ma perché penso che sia indispensabile far precedere alla discussione sulle privatizzazioni scelte coerenti di liberalizzazione dei mercati.
Nel mercato globale si confrontano due modelli: uno nel quale si considerano come fondamentali per la competizione esclusivamente la diminuzione sistematica dei costi delle merci e dei servizi che vengono prodotti e offerti e un altro nel quale invece è la qualità dei prodotti e dei servizi che vengono offerti ad essere considerata decisiva. La qualità porta con sé l’esigenza di avere sempre protezioni adeguate non soltanto per le persone che lavorano ma anche per quelle che vivono nel mondo. E ciò si traduce in diritti fondamentali rispettati, i diritti delle persone, i diritti universali, quelli di cittadinanza e quelli del lavoro.
Nessuno può ignorare che questi due modelli siano a confronto, e o prevarrà il secondo, come io spero, oppure il prevalere del primo ci consegnerà un mondo diverso da quello che noi auspichiamo, un mondo che potrebbe essere simile a quello dove “i granelli di polvere radioattiva erano tanti da oscurare il sole”.
Ecco perché il tema dei diritti, l’esigenza di regole, di protezioni sociali per i cittadini che abbiano un equilibrio tra il costo necessario per garantirle e la ricchezza che viene prodotta, va considerato con un’attenzione che spesso sfugge a molti.
C’è nella cultura europea un’idea forte di Welfare, di protezione per i cittadini, che non va abbandonata.
Certo, sarebbe un errore considerare il welfare come una somma di protezioni immutabili nel tempo. Lo Stato sociale risponde fin dalla sua origine alla condizione data, ai bisogni prevalenti delle persone alle quali era destinato. Cambiando la composizione sociale, mutando i bisogni delle persone, è necessario che le protezioni vengano sistematicamente aggiornate. Ma aggiornate e non cancellate.
Così come sono importanti i diritti delle persone e non può essere mai considerato un conservatore chi si fa carico dell’esigenza di vedere rispettati i diritti fondamentali delle persone, siano essi diritti di cittadinanza o diritti delle persone che lavorano. In un mondo che cambia così rapidamente e nel quale altrettanto rapidamente si trasforma il lavoro c’è ad esempio bisogno rapidamente di offrire protezioni a quella parte di lavoro “nuovo” che ancora non ne ha.

La crescita delle grandi organizzazioni sindacali, anche la crescita importante e tumultuosa dei tempi più recenti, ha sempre avuto questo tratto. I sindacati confederali si sono caratterizzati, come molti di voi sanno, proprio per la loro capacità di difesa delle condizioni materiali e dei diritti di quelle persone che allora lavoravano prevalentemente in fabbrica, con un organizzazione taylorista del lavoro.
E’ un mondo oggi in via di progressivo superamento, che rimane ancora consistente in alcuni settori e in alcune attività, ma che in tanti altri viene via via sostituito da forme diverse di lavoro, più frantumato, più diffuso nel territorio, con caratteristiche diverse da quello precedente. E molti dei rapporti di lavoro che si instaurano oggi non sono più assoggettati alle stesse protezioni che erano state garantite invece a coloro che lavoravano in fabbrica o nell’ufficio tradizionale.
Io credo che sia compito del sindacato farsi carico rapidamente e con politiche efficaci dei problemi di questa parte consistente di lavoro nuovo che ormai coinvolge milioni di persone. Un sindacato distratto sarebbe un sindacato colpevole, si caricherebbe inevitabilmente di contraddizioni e si avvierebbe verso un ineludibile declino.
Noi aspiriamo ad essere sindacati confederali che hanno un’idea forte della rappresentanza generale e che proprio per questo si fanno carico dei problemi di tutte le persone che lavorano e vogliono tenere coerentemente in equilibrio i loro problemi con le esigenze di quelle che un impiego non hanno.
Il confine dei diritti è dunque un confine importante. Una società nella quale si compete mettendo in discussione i diritti delle persone è una società dai tratti sinceramente illiberali.
Io credo che sia per questo necessario in ogni momento, in ogni circostanza, porsi il problema di come si garantiscono le persone, come si dà loro una prospettiva positiva, e non bisogna mai prescindere dal considerare che in qualsiasi momento della vita delle persone esistono diritti universali da rispettare, quelli che dovrebbero rappresentare un antidoto allo sfruttamento terribile dei bambini, quelli che dovrebbero consentire ad un bimbo di crescere sereno e di vivere la sua infanzia senza essere costretto dal bisogno o dall’ignoranza a svolgere attività falsamente remunerate.
Diritti in tutte le forme e in tutte le attività, produttive o di servizio, sia per chi sta nella grande industria come per chi sta nella piccola impresa, sia per chi ha un rapporto di lavoro a tempo indeterminato sia per chi ha un lavoro a tempo parziale, o limitato.
Diritti che vanno commisurati con i loro costi e con la loro efficacia, ma diritti.
E nel nostro futuro tutte le volte che ci capiterà di incontrare questo problema sulla nostra strada dovremo essere in grado, come abbiamo cercato sempre di fare, di scegliere e io credo sia giusto, tutte le volte che si pone l’alternativa tra un diritto e un bisogno, scegliere il rispetto del diritto.
Certo è difficile. E sarebbe opportuno che chi gestisce l’economia di un paese così come chi rappresenta i bisogni o gli interessi delle persone evitasse di creare, magari involontariamente, le condizioni che portano a questa alternativa drammatica. Ma quando la contraddizione è in campo bisogna pensare prima al rispetto dei diritti che non alla realizzazione di quello che serve a soddisfare un bisogno.
Uno dei temi che impegnerà tutti nei mesi e negli anni a venire è quello relativo al come si crea e come si vive in una società multietnica.
Un mondo nel quale le distanze crollano, che avvicina paesi lontani, è un mondo nel quale anche le persone si muovono con più intensità rispetto al passato. E’ non solo inevitabile, ma vorrei dire che è bello ci sia questa possibilità, ci sia la condizione per tanti di noi di vivere e di lavorare insieme a persone dalla cultura, dalle tradizioni, dalla religione diversa dalla nostra.
Il confronto tra le etnie ha delle potenzialità straordinarie, può far crescere tutti e dunque anche questo non deve essere vissuto come un dramma incombente ma come un’occasione.
Ma, ancora una volta, perché sia così servono non solo regole da rispettare, da applicare, da attuare ma serve anche un atteggiamento positivo, una disponibilità soggettiva delle persone.
Ho sentito spesso usare, nelle discussioni che come sapete accompagnano in questi giorni tante riflessioni sui problemi che sono propri dei processi migratori, il termine “integrazione”. Vi confesso che è una parola che non mi convince; integrazione finisce col significare che qualcuno deve rinunciare a qualcosa per accettare la cultura degli altri mentre io spero si possa lavorare insieme per avere una società nella quale nessuno rinunci alle sua particolarità, alle caratteristiche della sua etnia e tutti siano capaci di rispettare le diversità.
Io mi fermo qui. Ho cercato di indicare alcuni elementi che a me paiono importanti, temi dell’oggi che è difficile separare da quelli che ci aspettano nell’immediato futuro. Credo in definitiva che sia importante che ognuno, consapevolmente, per la parte che lo riguarda, non si nasconda le difficoltà e affronti le contraddizioni con lo spirito e l’intenzione di risolverli, di garantire un quadro di riferimento che crei fiducia, che generi aspettative positive e non preoccupazioni od ombre, timori o perplessità.

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