
Napoli, 19 Marzo 1999
Desidero ringraziare vivamente Austro & Aquilone, la Fondazione Feltrinelli e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Federico II per l’opportunità concessami di parlare innanzi a Voi.
Il nome dell’Università, Federico II, risale ad un sovrano che con la sua politica saggia e moderna cambiò la situazione economica e di conseguenza anche culturale di Napoli. Ci si aspetta simili mutamenti di fondo anche dall’introduzione dell’Euro. Anche se le basi sono già state poste, resta ancora da vedere se l’Euro susciterà, in futuro, delle associazioni altrettanto positive a quelle connesse all’imperatore del casato degli Hohenstaufen.
Il 1° gennaio ha preso il via l’Unione monetaria europea in undici Paesi. I tassi di cambio dei Paesi partecipanti sono stati irrevocabilmente fissati sia tra di loro che nei confronti dell’Euro. Una tappa fondamentale per il processo d’integrazione europea è stata così segnata. Il Sistema Europeo delle Banche Centrali (SEBC) ha assunto la responsabilità per la politica monetaria di Eurolandia.
Il Sistema Europeo delle Banche Centrali è composto da undici banche centrali nazionali giuridicamente autonome e dalla Banca Centrale Europea (BCE) fondata già nel giugno 1998 con sede a Francoforte sul Meno che possiede anch’essa una personalità giuridica.
Tra i compiti del Sistema Europeo delle Banche Centrali si annoverano in primo luogo la definizione e l’attuazione della politica monetaria comune, la realizzazione di operazioni in valuta estera, la custodia e l’amministrazione delle riserve monetarie ufficiali degli Stati membri nonché la promozione di un funzionamento impeccabile dei sistemi di pagamento.
L’organo direttivo e decisionale supremo del SEBC è il Consiglio Direttivo della BCE ed è costituito dai sei membri del Comitato Esecutivo della BCE e dagli undici presidenti delle banche centrali nazionali.
Il Consiglio Direttivo della BCE stabilisce in particolare la politica monetaria in tutta l’Eurolandia fissando le linee direttrici e prendendo le decisioni necessarie.
La BCE è responsabile dell’attuazione delle decisioni del Consiglio Direttivo della BCE. Essa deve comunque appoggiarsi – nella misura in cui appaia possibile e pertinente – alle banche centrali nazionali.
All’interno del nuovo spazio monetario la politica monetaria può essere unitaria solo se sono unitari i tassi d’interesse delle banche centrali nazionali. Le singole banche centrali nazionali non possono quindi adottare tassi d’interesse diversi oppure particolari linee di rifinanziamento.
Per questo motivo, le banche centrali nazionali operano, malgrado la loro autonomia giuridica, come componenti integranti del SEBC secondo le istruzioni e le linee direttrici della BCE. Questo garantisce l’unitarietà della politica monetaria.
Il Trattato di Maastricht stabilisce per tutti i Paesi partecipanti che l’obiettivo primario della politica monetaria è la garanzia della stabilità dei prezzi e che le banche centrali nazionali godono di uno stato di indipendenza. Essendo fissati mediante un trattato, entrambi i punti sono sottratti a decisioni di modifica unilaterali da parte dei parlamenti o dei governi nazionali.
Dal lato organizzativo ed istituzionale, di conseguenza, non vi sono praticamente ostacoli al successo della politica di stabilità europea. Importante è tuttavia che i responsabili si basino, in futuro, effettivamente su questo quadro giuridico.
In Germania, la Bundesbank è stata indipendente sin dall’inizio nei confronti del Governo, del Parlamento e dei gruppi d’interesse ciò ha finora permesso al suo Consiglio Direttivo di seguire con coerenza una politica della moneta stabile ed anche di tener duro in periodi di crisi.
Di riflesso, i rapporti tra la banca centrale tedesca ed i rispettivi governi non sono stati sempre privi di tensioni. A volte le decisioni di politica monetaria hanno provocato tensioni ed i consigli e le prese di posizione della Bundesbank hanno suscitato un’eco negativa presso le istanze politiche.
Tuttavia l’indipendenza della banca centrale non era e non è fine a se stessa. Da sola non potrà sicuramente assicurare la stabilità monetaria. Essa contribuisce, però, come lo dimostra la storia del marco tedesco, al raggiungimento di una maggiore stabilità dei prezzi e all’istituzione di una cultura della stabilità.
Innanzitutto essa promuove una stabilità a più lungo termine in politica e sui mercati. Per questo motivo lo status di indipendenza della banca centrale ha trovato, nel frattempo, notevole appoggio ed applicazione non solo in Europa ma anche su scala mondiale.
Non è però neanche corretto parlare in maniera indifferenziata della Banca Centrale Europea come della “copia” della Bundesbank. Che il Sistema Europeo delle Banche Centrali non sia una copia della Bundesbank lo dimostra già la posizione giuridica delle banche centrali nazionali in confronto alla posizione delle banche centrali dei Lander in seno alla Bundesbank.
Infatti, mentre le banche centrali dei Lander sono delle amministrazioni principali non autonome della Bundesbank, il Sistema Europeo delle Banche Centrali è costituito da undici banche centrali nazionali giuridicamente autonome nonché dalla Banca Centrale Europea di Francoforte.
Quindi, con l’inizio dell’Unione monetaria le banche centrali nazionali hanno demandato i loro poteri decisionali generali in ambito monetario al Consiglio Direttivo della BCE. Però tutti i presidenti ovvero governatori delle banche centrali nazionali che hanno aderito all’Unione monetaria partecipano, assumendosi la propria responsabilità, a tutte le decisioni in materia monetaria prese in seno al Consiglio Direttivo della BCE il quale non sottostà ad alcun tipo di istruzioni.
Poiché la responsabilità del Consiglio Direttivo della BCE si estende all’intera area monetaria, i Presidenti nazionali delle banche centrali nel Consiglio Direttivo della BCE non possono farsi paladini di interessi nazionali. La loro responsabilità personale concerne piuttosto la garanzia della stabilità del valore monetario in tutta l’Eurolandia.
In effetti, l’Euro è una moneta sovranazionale, diversa dalle monete nazionali finora in uso; questa responsabilità sovranazionale si evidenzia già nelle strutture decisionali interne.
Ogni membro del Consiglio Direttivo della BCE possiede un voto dello stesso peso. È qui che emerge la responsabilità personale dei membri del Consiglio Direttivo della BCE. Una ponderazione dei voti in relazione alla grandezza ed all’importanza economica del Paese d’origine è prevista solo per alcuni settori ristretti non di primaria importanza monetaria.
Di conseguenza, solo per le deliberazioni riguardanti il capitale della BCE, il trasferimento di riserve monetarie alla BCE, la ripartizione delle entrate monetarie delle banche centrali nazionali e la ripartizione dei profitti netti della BCE, solo in questi settori i voti dei presidenti nazionali sono ponderati in base alle quote delle banche centrali nazionali sul capitale della BCE. In questi casi i membri del direttorio non partecipano alla votazione.
La Banca Centrale Europea si basa nella sua strategia monetaria su due elementi principali. Da un lato la quantità di moneta avrà un ruolo di rilievo. Data l’origine monetaria della dinamica dei prezzi nel medio e lungo periodo, su cui vi è un ampio consenso, informazioni utili sulla loro evoluzione futura possono essere desunti dagli andamenti della quantità di moneta detenuta dal pubblico, che costituiscono perciò un importante strumento di orientamento per la conduzione della politica monetaria. Inoltre, l’analisi degli aggregati monetari può contribuire alla valutazione complessiva dell’evoluzione del sistema finanziario più in generale del sistema economico.
Un aggregato monetario può essere definito come la somma del circolante più le consistenze in essere di alcune passività delle istituzioni finanziarie, il cui “carattere monetario” è particolarmente evidente o la cui liquidità, intesa in senso lato, è elevata. La BCE ha definito un aggregato monetario ristretto (il cosiddetto Ml), uno intermedio (M2) e uno ampio (M3).
Questi aggregati differiscono da loro per quanto attiene al “carattere monetario” delle attività incluse. Secondo l’analisi condotta dalla BCE e dal suo predecessore, l’istituto Monetario Europeo, gli aggregati monetari ampi dell’area dell’Euro, pur essendo forze meno controllabili nel breve termine, presentano, rispetto a quelli ristretti, caratteristiche migliori in termini di stabilità e forniscono maggiori informazioni sull’andamento dei prezzi nel medio termine.
La strategia di politica monetaria della BCE richiede l’individuazione di un aggregato monetario che rappresenti un indicatore stabile e affidabile dell’inflazione in un orizzonte di medio termine.
Per questa ragione il consiglio direttivo della BCE ha deciso di attribuire all’aggregato monetario ampio M3 un ruolo di primo piano nella strategia di politica monetaria, attraverso l’annuncio di un valore di riferimento quantitativo per il suo tasso di crescita annuale.
Il primo valore di riferimento per M3 è stato fissato in una quota annuale del 4,5%. La metodologia utilizzata per individuare il valore di riferimento si basa sulla ben nota relazione tra la crescita monetaria, l’inflazione, la crescita del PIL reale e le variazioni nella velocità di circolazione, tenendo conto della definizione di stabilità dei prezzi annunciata dal Consiglio Direttivo della BCE nell’ottobre 1998 (cito: “un aumento nell’indice armonizzato dei prezzi al consumo inferiore al 2 per cento annuo”).
L’individuazione del valore di riferimento si è inoltre basata sull’ipotesi relative alle tendenze di crescita del PIL reale (dal 2 al 2,5 percento annuo) e di riduzione della velocità di circolazione di M3 nel medio periodo (una riduzione da circa 1/2 ad i percento annua).
Il rapporto tra la crescita monetaria effettiva ed il valore di riferimento reso noto anticipatamente è regolarmente sottoposto all’accurata analisi da parte del Consiglio Direttivo della BCE. L’esito ditale analisi e la sua importanza per le decisioni di politica monetaria vengono ampiamente spiegate all’opinione pubblica.
Dall’altro lato, le previsioni per l’andamento dei prezzi e i rischi per la stabilità dei prezzi vengono esaminati mediante una vasta gamma di indicatori economici e finanziari. Tra questi sono incluse molte variabili che hanno la proprietà di essere indicatori anticipatori degli andamenti futuri dei prezzi. Queste variabili includono, fra l’altro, i salari, i tassi di cambio, i prezzi di titoli e la curva dei rendimenti, varie misure dell’attività economica reale, indicatori fiscale, indici di prezzi e costo nonché inchieste condotte presso le imprese e i consumatori.
Ovviamente, nel valutare se l’orientamento della politica monetaria è appropriato, è anche utile guardare alle previsioni di inflazione formulate sulla base ditali variabili.
A questo riguardo, la BCE valuta l’insieme delle previsioni sull’inflazione prodotte dalle organizzazioni internazionali, da altre autorità, dagli operatori del mercato, etc., e produce altresì una propria valutazione sulle prospettive per l’inflazione.
Sia le previsioni che le analisi dei singoli indicatori contribuiscono a informare il Consiglio direttivo circa la natura specifica del quadro macroeconomico e dei fattori di disturbo all’economia, da cui le decisioni di politica monetaria normalmente dipendono.
Questa strategia sottolinea che il Consiglio Direttivo della BCE persegue rigorosamente il suo obiettivo primario. la garanzia della stabilità dei prezzi. Essa contribuisce inoltre ad una maggiore trasparenza nel processo decisionale del SEBC.
In futuro il Consiglio Direttivo della BCE dovrà attuare una politica di stabilità in undici Paesi partecipanti che continueranno ad essere in larga misura sovrani e, in parte, avranno concetti politici autonomi. Le decisioni del Consiglio in materia monetaria avranno uguale valore in tutta l’area dell’Euro.
Pertanto, i Paesi partecipanti dovranno, in futuro, frenare con le proprie forze gli sviluppi divergenti nella congiuntura, nella crescita e nell’occupazione e adottare le relative misure di adeguamento, il che rende indispensabile una maggiore flessibilità dei mercati dei beni e del lavoro nazionali visto che i Paesi partecipanti non dispongono più di tassi di cambio e della politica monetaria per poter giungere ad un tale adeguamento.
Occorre tuttavia anche coordinare sufficientemente le politiche nazionali per assicurare in Eurolandia un policy mix che agevoli la stabilità e stimoli la crescita e per evitare tensioni inutili con la politica monetaria comune. Qui la politica finanziaria detiene una forte responsabilità. Per questo motivo il Patto di stabilità e di crescita fissato in maniera vincolante con un trattato, non deve essere toccato.
Il migliore contributo della politica monetaria a favore di una crescita duratura e una maggiore occupazione consiste in un orientamento verso la stabilità che faciliti i calcoli in economia. Questo vale innanzitutto nella situazione attuale essendo le cause della disoccupazione in Europa perlopiù di natura strutturale.
La politica monetaria europea non può assumersi, in questo caso, i compiti degli altri settori politici.
La stabilità dei prezzi è una condizione generale importante per l’economia nel suo insieme. Essa aumenta la trasparenza dei prezzi, è rilevante per un’allocazione efficace delle risorse, consente dei tassi di interesse bassi, mantiene stabile il valore dei redditi e dei risparmi.
Nel contempo, la stabilità dei prezzi interna è il presupposto per contribuire alla stabilità del valore esterno della moneta.
L’Euro ha preso il via partendo dalla base di una stabilità dei prezzi in larga misura realizzata. L’inizio promettente è inoltre il risultato di un duro lavoro di preparazione, ma è solo l’inizio. Ora si tratta di trasformare questa moneta introdotta con successo in una moneta stabile a lungo termine.
Negli ultimi mesi prima dell’inizio dell’Unione monetaria, gli investitori internazionali avevano già scelto le monete dell’area dell’Euro come porto sicuro per le loro monete – probabilmente anche confidando nella futura stabilità dell’Euro.
Sullo sfondo dei più recenti dibattiti politici in Europa sulle target zones, sull’integrazione della politica monetaria tesa a stimolare la crescita e l’occupazione, e sulla messa in questione di ulteriori passi di consolidamento e delle riforme strutturali, ci si dovrebbe chiedere, ora, se la fiducia che era stata anticipata esiste ancora.
Questo anticipo di fiducia non deve essere tradito. Esso deve ora essere riscattato non solo dalla politica monetaria, bensì anche da altri settori politici attraverso decisioni credibili miranti alla stabilità. Una moneta stabile non è una cosa scontata anche se la stabilità dei prezzi raggiunta sembra suggerirlo.
Persino il marco tedesco, forte su scala internazionale, ha perso nel corso degli ultimi 50 anni circa tre quarti del proprio potere d’acquisto. Per la stabilità si deve lottare continuamente. Tutti i Paesi partecipanti dell’Unione monetaria devono, quindi, attenersi ad un orientamento comune verso la stabilità.
Attualmente è in corso un aspro dibattito sul ruolo della politica monetaria. Il nocciolo della questione è in fondo di stabilire se coinvolgere la politica monetaria maggiormente nella responsabilità della politica congiunturale (nel senso di demand-management).
Non vorrei inserire una nota sbagliata nel dibattito: naturalmente le condizioni monetarie influenzano sia le prospettive congiunturali a breve termine che quelle a medio termine nonché il percorso di crescita economica a lungo termine. In questo contesto vale per la politica monetaria quel che vale per ogni settore politico: una buona politica di per se non può risolvere i problemi in economia, una cattiva politica, al contrario, può crearvi molti problemi.
Credo sia incontestabile che una politica monetaria tesa alla stabilità si ripercuota in maniera positiva sulla congiuntura e la crescita. La prospettiva di prezzi stabili consente tassi d’interesse bassi, soprattutto in un’ottica a lungo termine. Una banca centrale altamente credibile attenua le aspettative d’inflazione ed i premi di rischio. Peraltro, se una strategia monetaria è orientata verso il potenziale produttivo, essa contiene già una specie di stabilizzatore automatico.
È certo lecito chiedersi: può una politica monetaria, oltre a seguire l’obiettivo della stabilità, spingersi oltre, partecipare in misura ancora maggiore alla vita economica?
Nel dibattito emergono voci che sottolineano sì quanto sia importante una moneta stabile, aggiungendo però immediatamente che ormai l’inflazione è morta. Di conseguenza, esse chiedono una politica monetaria attiva, espansiva.
Ci si dovrebbe porre con scetticismo dinanzi ad una tale conclusione affrettata. La stabilità monetaria non è né un dono del cielo né è mai garantita in maniera duratura. Essa esiste fintanto che i settori decisivi, ovvero quello della politica salariale, finanziaria e monetaria, operano in maniera responsabile. Ed è minacciata dal momento in cui anche un solo settore commette errori più gravi.
E non appena la stabilità monetaria verrebbe compromessa, molti di coloro che oggi preconizzano la morte dell’inflazione, lancerebbero immediatamente un nuovo dibattito di relativizzazione sostenendo che in fondo la stabilità si estende a molto più che solo all’andamento dei prezzi.
Un tasso di inflazione del 2% non è troppo poco? – chiedono i sostenitori di questa tesi. Vale davvero la pena sopportare i costi di una politica antinflazionistica?
Naturalmente sarebbe sleale limitare l’attuale dibattito a questo. Ovviamente si può anche proporre seriamente quasi una sorta di “politica monetaria divisa in due”: se vi sono dirette minacce d’inflazione, la banca centrale deve agire decisamente per arginare il fenomeno. Se, invece, non vi sono dirette minacce d’inflazione – così come sembra che sia tutto sommato attualmente – allora la banca centrale deve però ridurre i suoi tassi d’interesse nella maniera più drastica possibile.
Una tale posizione appare subito del tutto legittima, infatti si richiama proprio al testo del Trattato di Maastricht nel quale la stabilità monetaria è citata solo quale compito primario accanto ad altri compiti.
Questa posizione conduce in fondo ad una politica monetaria di più breve respiro e più volatile. (E proprio in un momento in cui tanti Paesi, tra cui ad esempio l’Italia, si sono allontanati da questa politica che persegue diversi scopi di importanza perlopiù eguale.)
Sorge qui dapprima la questione se il grande bisogno di informazioni per questo orientamento ed i time Lags non rendano estremamente difficile, già solo sul piano tecnico, il perseguimento di un tale approccio monetario.
Ma innanzitutto una politica monetaria più volatile e più a breve termine comporterebbe una serie di pericoli e di svantaggi che non vanno dimenticati.
In primo luogo, poiché una politica monetaria più volatile aumenta l’incertezza generale, i tassi d’interesse sarebbero in media, durante un ciclo, tendenzialmente piuttosto alti che non bassi.
In secondo luogo, sarà pur vero che con una politica del genere si possono realizzare limitati periodi con tassi d’interesse artificialmente bassi. Tuttavia, tale politica è un’arma a doppio taglio. Essa può facilmente lanciare segnali sbagliati che possono determinare investimenti errati e asset prices gonfiati mettendo persino in pericolo i risparmi privati, il che spingerebbe i mercati finanziari tendenzialmente in direzione del tanto citato capitalismo da casinò. Aumenta, inoltre, la possibilità di subire un contraccolpo nel passaggio ad una politica monetaria nuovamente più restrittiva.
In terzo luogo, una politica monetaria a più breve termine provocherebbe naturalmente anche un più forte orientamento a breve termine della cultura finanziaria, il che rende l’economia più soggetta a sbalzi congiunturali.
In tal senso è tutto sommato giusto che la politica monetaria agisca non solo in funzione della stabilità, ma tenga anche conto degli aspetti della continuità e dell’affidabilità – e non si lasci tentare dall’adottare un approccio interventistico. Questo non significa, però, un rifiuto nei confronti della congiuntura oppure della domanda macroeconomica.
In effetti è giusto, che l’economia europea necessita della domanda interna sostenibile, soprattutto quella dei beni d’investimento, poiché in essa si trova in primo luogo il potenziale per gli effetti moltiplicativi.
Nell’ambito degli investimenti le decisioni si prendono sempre anche in un’ottica a lungo termine. Esse necessitano soprattutto della costanza e dell’affidabilità delle condizioni generali, e non solo della politica monetaria ma anche soprattutto della politica economica, finanziaria, salariale e fiscale. Ciò non può essere messo in disparte nell’attuale dibattito sul ruolo della politica monetaria.
Questo orientamento a lungo termine della politica monetaria rientra peraltro anche nella logica del concetto di una moneta depoliticizzata. Una moneta depoliticizzata non vuoi dire però che si disconosce il valore politico della moneta.
La moneta non è apolitica. Al contrario, la stabilità della moneta è di grandissima importanza per la stabilità dello Stato e della società.
Una moneta depoliticizzata significa tuttavia proteggere la moneta il più possibile da influssi politici giornalieri, calcoli a breve termine e tendenze di moda nonché da compromessi politici. Il concetto di una moneta depoliticizzata comporta per l’Euro l’opportunità economica di una maggiore stabilità e continuità.
Ma nell’Unione monetaria, la moneta depoliticizzata è importante anche per un altro aspetto. Poiché gli Stati membri restano sovrani, il tentativo di subordinare la moneta comune a singoli interessi politici, sarebbe ancora più pericoloso che in ambito nazionale. Ne conseguirebbero inevitabilmente conflitti tra i Paesi, e la capacità d’azione della politica monetaria ne verrebbe altamente compromessa.
Divergenze politiche continue sul ruolo della politica monetaria e sulla priorità del principio della stabilità potrebbero facilmente creare tensioni di fondo nell’Unione monetaria. A quel punto, non si possono più escludere eventuali conflitti tra i Paesi partecipanti e la sovranazionale Banca Centrale Europea.
Un’Unione monetaria particolarmente conflittuale o fragile non sarebbe, comunque, problematica solo dal punto di vista economico, bensì potrebbe anche nuocere al processo d’integrazione europea nel suo insieme. Questo non deve accadere. Dobbiamo pertanto adoperarci con il massimo impegno affinché la ratio economica del rigore monetario prenda piede in Europa in maniera duratura.
Ed infine: l’introduzione dell’Euro non richiede una politica che conduca ad un’ulteriore armonizzazione ed europeizzazione in tutti i settori della politica economica. Una tale politica sarebbe un grave errore dal punto di vista della politica dell’ordinamento, indipendentemente dalla violazione del principio di sussidiarietà.
Il processo d’integrazione europea non può essere portato avanti mediante l’armonizzazione di tutte le politiche e l’uniformazione di tutte le regioni e tutti gli ambiti di vita, ma è realizzabile solo attraverso maggiore concorrenza e diversità.
L’Europa vive della sua molteplicità economica, sociale e culturale che non può venire distrutta attraverso l’uniformazione.
In ultima analisi l’integrazione europea serve a mettere meglio in risalto i vantaggi delle rispettive differenze tra i singoli Paesi e a rafforzare la dinamica dell’insieme. L’Euro rappresenta in questo processo un elemento importante e – speriamo – un catalizzatore per meglio preparare ‘Europa alle future sfide economiche e politiche.
Così l’Euro potrà passare alla storia economica e politica europea con lo stesso successo con il quale l’imperatore degli Hohenstaufen Federico Il passò alla storia napoletana ed anche europea.
Vi ringrazio per l’attenzione.