
Noto che, nonostante la presenza gradita ed amichevole di colleghi e di alcuni dei vostri insegnanti, l’età media in questa sala, grazie anche al fatto che i vostri insegnanti sono davvero giovani, è sui vent’anni, e questo mi riporta alla mente il rapporto che avevo alla vostra età con coloro che avevano allora la mia e venivano a parlare nella mia scuola: avevo come l’impressione di sedere sul bordo di un’autostrada e di veder passare un’automobile, un veicolo, un pullman, che andava da una parte all’altra, che veniva da una sua direzione e andava in una sua direzione. Avevo insomma l’impressione di assistere a qualcosa che non mi riguardava direttamente.
Io vorrei invece che voi provaste, spero davvero che lo facciate con le domande che mi farete ad un certo punto, ad intercettare il veicolo, ad evitare che vi passi di fianco mentre viene da un punto per voi indifferente e va verso un punto a voi indifferente.
Spero insomma in qualche modo che ci sia, nel corso di questa mattinata, qualche istante nel quale le nostre vite, la vostra e la mia, possano avere un’utilità reciproca, possano lasciarsi vicendevolmente un piccolo segno.
Nella presentazione che Moretti ha fatto di me e del mio lavoro si è detto di questo libro, La vita imperfetta, al quale farò riferimento, parlando con voi oggi, non tanto o non soltanto perché di solito chi ha scritto un libro ama parlare del suo libro (non è questo il pensiero principale che ho in questo momento rivolgendomi a voi e pensando come trasmettere da me a voi un piccolo frammento di esperienza) quanto perchè vorrei tornare su quel titolo e chiarirlo.
E’ infatti perfettamente naturale per ognuno di voi, nel processo di vita familiare, così come in quello scolastico o come quello a cui incominciate a pensare relativo al mondo del lavoro, pensare alla divisione tradizionale, quella che tanto frequentemente ricorre nell’esperienza educativa, fra perfetto, cioè qualcosa che funziona, che va bene, e imperfetto, cioè qualcosa di inadeguato, di inadatto, di non formato.
Ebbene, quando ho pensato a questa espressione, la vita imperfetta, ho ripensato ad esperienze della mia vita in particolari momenti storici, alcuni vicini, vicini anche a voi, altri molto lontani e per fortuna fisicamente ignoti alla vostra esperienza. E il modo in cui mi sentirete usare questa espressione, o, per quelli di voi che hanno avuto tra le mani il libro, me la hanno vista usare nelle pagine del libro, sarà per sostenere che la vita imperfetta non è solo la vita che ci aspetta, ma è una vita dignitosa, interessante, avventurosa e che non teme confronti con sogni e progetti che, per l’avere voluto essere perfetti, sono stati anche sogni e progetti di morte.
Se c’è un’immagine che mi viene in mente mentre mi trovo con voi qui è l’immagine di un’altra Aula Magna, un mattino di tanti e tanti anni fa, in una scuola elementare e media di Torino, la mia città, in un periodo della mia vita in cui ero bambino e in cui, nonostante l’appartenenza ad una famiglia molto viva, molto presente nella discussione politica e nei fatti quotidiani, in realtà la scuola era il contenitore principale della mia vita, delle mie avventure, della mia esistenza di bambino.
Quel giorno siamo stati radunati, siamo stati fatti sedere come voi qui, ma tanto più piccoli, con gli insegnanti tutti seduti in prima fila. E quel giorno è accaduto un fatto che poi ho rivisto in forma comica e giustamente denigratoria ne “La vita è bella” di Benigni: è arrivato a scuola l’Ispettore della razza.
E’ salito sulla pedana di fronte a noi bambini, il direttore didattico seduto al centro e tutti gli insegnanti seduti in prima fila, e dopo aver espresso una sua teoria del tutto misteriosa e oscura sul sangue infetto di alcuni e sulla razza pura di altri, l’aurea e perfetta razza italiana, ha preso un elenco e ha cominciato ad indicare i nomi dei bambini che avrebbero dovuto lasciare la scuola, che avrebbero dovuto uscire per sempre dalla scuola.
I ricordi che mi sono rimasti di quel giorno sono due.
Il primo è questo gesto di follia, che allora vedevo soprattutto come un evento incomprensibile. Tanto più incomprensibile perché gli insegnanti seduti in prima fila non si sono mai voltati a guardare i loro bambini che uscivano, che lasciavano la scuola per sempre.
Non si sono mai voltati neppure per salutarli, benché si trattasse di un viaggio che era destinato a continuare molto a lungo e che per quasi tutti loro era destinato a finire nel modo in cui avete appreso da tanti libri e da tanti film.
Il fatto è che quegli educatori, che avevano il compito e la responsabilità di educare quei bambini, e questo per me è rimasto il mistero più grande, il punto di impressione più forte, più drammatico, non si sono voltati perché non avevano niente da dire, non avevano una loro vita morale e intellettuale con la quale interferire su ciò che stava accadendo.
Per me è difficile dimenticarlo biograficamente, ma è difficile anche non vedere a distanza di tanto tempo il senso vero di quanto era accaduto: a parte la viltà, a parte l’assenza di coraggio, a parte l’incapacità di lasciare un segno nella propria esistenza e nell’esistenza di altri, il fatto è che c’è stato una fase, in questo secolo, in cui qualcuno ha davvero creduto, assurdamente e orrendamente, persino in buona fede, che ci potessero essere definizioni perfette dell’essere umano, della sua provenienza, delle sue caratteristiche.
Proprio così. Si misuravano persino i crani. Si misurava la distanza del mento dal naso, dal naso dalla fronte e della nuca dalla fronte.
Certo, visto a freddo e da lontano appare soltanto un esercizio di follia. Ma è una follia che è potuta passare attraverso l’Europa, attraverso scienziati, attraverso intellettuali, attraverso classi dirigenti, attraverso grandi borghesie italiane ed europee. Che si è nutrita dell’idea che ci potesse essere una definizione perfetta del chi siamo, da dove veniamo, con quale cultura ci siamo nutriti, da quale ambiente siamo stati formati. E che al di là della perfezione c’è un taglio. Ed oltre il taglio la morte.
Voi capite che da un’esperienza di questo genere non può che generarsi un senso avventuroso e simpatico dell’espressione “vita imperfetta”, nella quale si può trovare lo spazio dell’avventura, della vita, della realtà, il rapporto profondo che c’è tra noi e la natura con le sue infinite asimmetrie.
La realtà è la concatenazione dei fatti reali più perfetti e più imperfetti che ci siano. Fatti che si distruggono, si rigenerano, si ricreano, e non sono mai esattamente ciò che da ciascun frammento della natura ti aspetti. Sono sempre una sorpresa. E proprio l’elemento sorpresa, l’elemento fatto nuovo, l’elemento rivelazione, l’elemento trasalimento, l’elemento imperfezione è il capolavoro, è il patrimonio della vita.
Mi sposto di molti anni e vi porto con me mentre varco la soglia del piccolo ufficio nel retro di una piccola chiesa nella città di Atlanta, in Georgia.
Siamo tra la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60, e sta nascendo negli Stati Uniti il movimento dei diritti civili.
In quel periodo attraversavo in lungo e in largo gli Stati Uniti scrivendo per giornali italiani e facendo i primi documentari, i primi servizi per la televisione.
Avevo letto sui giornali di New York di questo pastore di una chiesa Battista di nome Martin Luter King che aveva un comportamento così anomalo, così irritante per l’ordine pubblico americano: aveva deciso infatti di non tollerare più che i negri fossero esclusi dalla vita pubblica, dalla vita elettorale, persino dalla possibilità di bere alla stessa fontana o di alloggiare allo stesso albergo dei bianchi.
Quando sono andato a trovarlo per la prima volta mi sono trovato di fronte ad un uomo giovane: aveva esattamente la mia età, non era una celebrità, non era il premio Nobel per la pace, non era l’uomo che tutto il mondo ha conosciuto, non era l’uomo che sarebbe stato assassinato a Memphis il 4 Aprile del 1968.
Era “solo” un giovane uomo ostinato. Che sapeva benissimo che si stava cimentando in una impresa che quasi tutti avrebbero considerato impossibile.
Proprio così. La società americana, con tutta la sua ricchezza, con tutta la sua potenza, aveva questo problema terribile, la segregazione razziale, che continuava a portare con sé. Non era infrequente sentir dire “beh, ma in fondo l’importante è convivere; certo ci sono delle diversità; bisogna avere pazienza”.
Ma il pastore di questa chiesa del Sud, che avrà avuto una congregazione di fedeli non più grande di quest’aula e che di certo aveva una chiesa più piccola (era la metà, lo ricordo benissimo), aveva deciso di non accettare lo stato di cose esistente.
E aveva al contempo capito quale grave errore sarebbe stato quello che era già stato fatto da altri leader neri prima di lui e che sarebbe stato fatto di nuovo da altri leader neri dopo di lui: quello di definire un ordine nel quale la perfezione era data dal movimento nero, dalla nazione nera da opporre alla nazione bianca, magari anche con le armi.
Ciò che proponeva M.L.King era invece una affermazione dei diritti che si basava sulla vita di tutti i giorni: si andava in un posto e si diceva “non accettiamo discriminazioni”; si andava in un ristorante e si diceva “noi ci sediamo qui anche se voi avete deciso che qui ai neri i pasti non vengono serviti”; si andava alle fontane e si beveva dicendo “noi beviamo qui anche se c’è scritto che i neri e i cani a questa fontana non possono abbeverarsi”; si andava nei bagni e si usavano anche se c’era scritto for white peoples only; si andava negli autobus e ci si sedeva di fronte anche se la regola allora era che i neri dovessero sedersi nella parte posteriore dell’autobus.
Forse qualcuno di voi ricorderà chi era Rosa Park. Rosa Park era una donna di servizio che lavorava nelle case dei bianchi e che per tornare a casa doveva prendere tre autobus per raggiungere la sua periferia nera e segregata.
Rosa Park, che io ho conosciuto perché era una delle parrocchiane di M. L. King, è la persona che da sola ha dato inizio all’intero movimento dei diritti civili.
Una sera, tornando stanca dal lavoro salendo sull’autobus e trovando un unico posto libero davanti, si è seduta. E quando il manovratore le ha detto “guarda che il tuo posto non è qui, devi andarti a sedere dietro”, lei ha risposto “mi dispiace, dietro non c’è posto, sono stanca, resto seduta qui”.
L’autobus si è fermato, i bianchi “inveivano” indignati, è arrivata la polizia, Rosa Park è stata arrestata ed è nato così il movimento dei diritti civili che ha cambiato un paese.
E non dimenticherò mai in che termini M. L. King lo narrava già allora, da persona sconosciuta, da persona conosciuta solo da coloro che andavano lì a conoscerlo e a partecipare con lui alle marce dei diritti civili. Lui diceva: “la mia dignità esiste in quanti riconosco la dignità degli altri. La dignità degli altri esiste in quanto riconoscono la mia. Il movimento dei diritti civili non è un movimento per l’affermazione dei diritti dei neri, è un movimento per l’affermazione dei diritti di tutti perché nel momento in cui miei diritti mi vengono negati i bianchi denigrano la propria identità, si mettono in condizione di sminuire il valore delle proprie vite perché sminuiscono il valore delle vite di altri esseri umani. Noi siamo impegnati a restituire la piena dignità a tutti coloro che non riconoscono la nostra piena dignità. Il lavoro è reciproco. Noi per gli altri gli altri per noi. Non esiste nessun altra soluzione che non sia insieme”.
Dove sta la grande differenza tra ciò che ha fatto M.L.King è ciò che hanno fatto altri leader (qualcuno di voi ricorderà Malcom X, i mussulmani cosiddetti islamici neri, potere nero, le pantere nere)?
La qualità della rivoluzione dei diritti civili è stata nella sua capacità di espandersi infinitamente, di toccare tutti i nervi che contano nella vita della società americana, di conseguire costantemente risultati e di rendere la vita sempre più vivibile benché largamente imperfetta.
Una cosa succedeva molto bene qui e maluccio là; un’altra riusciva in pieno in un luogo e non riusciva in un altro. Ma nel momento stesso in cui insieme uomini e donne, uomini bianchi e uomini neri, soprattutto giovani e giovanissimi bianchi e neri insieme affermavano lo stesso impegno, nascevano le cellule di un nuovo corpo, di un nuovo paese, di una nuova cultura, che non sarebbe stata solo americana ma che sarebbe stata del mondo.
Ancora oggi, sui giornali italiani se ne parla poco, su quelli USA molto di più, la revisione di tutti quei casi di desaparecidos nell’America Latina, Argentina e Cile in primo luogo, di persone fatte scomparire dalle polizie segrete militari, porta alla luce un fatto: molti di loro erano americani, giovani americani che erano andati in quei paesi per battersi per la libertà di quei paesi.
Alcuni di voi ricorderanno un film con Jack Lemmon che aveva un titolo in inglese che credo sia rimasto anche nella versione italiana, Missing – perduto -sparito, ed è la storia di un padre che va alla ricerca del figlio nel Cile di Pinochet.
Il padre è un conservatore, e il figlio è un ragazzo dolcemente rivoluzionario e fraternamente deciso a sostenere i ragazzi cileni perseguitati dalla polizia di quel paese.
Il padre si trova contro l’ambasciata del suo paese, gli addetti militari del suo paese, e lungo questo processo incontra tutto una rete di laici, di religiosi, di donne e di uomini, di anziani e di giovani che stanno rischiando la vita per la libertà di quel paese e che lo fanno in quel modo imperfetto che è il reclamare ed affermare appassionatamente un dovere e nello stesso tempo sapere che quello che ne nascerà non sarà il paradiso ma soltanto una condizione di dignità e di libertà.
Mi sposto ancora nel tempo, non tanto, e vi parlo di un uomo che è diventato due anni fa premio nobel per l’economia. E’ un filosofo – economista indiano, precisamente del Bengala, Amartya Sen.
L’ho incontrato per caso, perché per un anno mi sono trovato ad insegnare nella sua stessa università, l’Università di Haward, nella quale Sen ricopriva una posizione singolarissima: aveva la cattedra di filosofia morale e, separatamente, la cattedra di economia.
Di lui non avevo ancora letto nulla, ma la “stranezza” non poteva non attrarre, perché gli economisti, specialmente nella tradizione americana, sono persone legate al fattibile, al realistico, al ciò che si può davvero fare e misurare. E come se non bastasse Amartya Sen in quel periodo era il Presidente dell’associazione degli economisti americani che, lo ripeto, sono persone senza grilli per la testa, abituate ad andare al sodo, persone del tipo “i numeri sono numeri, una cosa o tiene o non tiene, si può fare o non si può fare, i numeri ci danno torto e i numeri ci danno ragione”.
Eppure era anche titolare della cattedra di filosofia morale ed era considerato in tutte e due le posizioni un guru, un vero maestro, in uno dei campus universitari più straordinari di quel paese.
E Amartya Sen, prima ancora di raccontarlo, molto più tardi, quando diventa premio Nobel e deve fare il suo discorso all’Accademia Svedese di fronte ai grandi della cultura del mondo, mi ha raccontato come è diventato economista e filosofo.
E’ il 1945, prima di quella famosa mezzanotte raccontata da Salman Rushdie, che ha portato la libertà in India, in un villaggio del Bengala in cui egli è bambino e sta studiando in una scuola che è tipicamente una scuola dell’india coloniale di quel tempo: una tettoia di bambù, dei pali che la sostengono, i prati intorno e i bambini che studiano con i loro maestri.
Di quella situazione Amartya Sen ricorda il relativo benessere: un’economia basata sui raccolti, che vanno abbastanza bene, una piccola famiglia, la sua come quella degli altri bambini coltivatori diretti, una quantità di terra adeguata, e la bontà della natura che fa si che per quanto lui ricordasse, aveva nove anni al momento dell’evento, aveva sempre dato dei buoni raccolti.
Egli ricorda insomma di avere vissuto bene, come si può nella vita contadina.
Mentre sta a scuola quel giorno vede arrivare da lontano un uomo. Ha l’aria disperata. E’ emaciato, magrissimo. Sembra un fantasma che, camminando male, cadendo, rialzandosi viene verso la scuola perché è l’unico posto popolato che ha visto venendo chissà da dove.
Entrato in quello stesso momento nella vista e nell’immaginazione del bambino Sen, l’uomo riesce ad arrivare fino alla tettoia della scuola. Quando l’ha raggiunta cade, stramazza per terra. Il maestro gli va vicino, lo tocca, gli chiude gli occhi, dice ai bambini: morto di fame. E avverte il villaggio perché lo portino via.
Per il bambino Amartya Sen il problema è, e qui nasce l’economista: come può morire di fame in questo punto del mondo se io qui ho da mangiare. Come è possibile che lui non c’è l’abbia? Cosa è successo? Dove è avvenuta l’interruzione fra me e lui?
Quest’uomo è qui fisicamente. Io sono qui fisicamente e so che oggi andrò a casa e ci sarà da mangiare. Perché lui non ha trovato da mangiare?
Per Amartya Sen affrontare il problema in questi termini vuol dire affrontare il problema di una vita contadina dove si coltivano i campi, si semina, si lavora duro e ad un certo punto la natura provvede a restituire il raccolto e con il raccolto la gente vive. Questo almeno era il mondo e il ciclo economico che lui conosceva. Certo che c’erano dei ricchi ma lui non li aveva mai visti. Certo che c’erano le grandi città ma lui non le conosceva.
Come poteva dunque una persona che apparteneva al suo mondo morire di fame accanto a lui che si sentiva circondato dal conforto?
E la seconda domanda, quella che ha fatto nascere il filosofo, è: come è possibile che la dignità di qualcuno possa essere violata fino ad ignorarla e lasciarla morire, fino a permettere che qualcuno sia abbandonato ai bordi della vita come un oggetto che non serve più?
Ne è nata molti anni dopo la più straordinaria e la più imperfetta delle teorie economiche. Quella che gli ha meritato il premio Nobel.
Se esaminate i percorsi dei grandi economisti che hanno meritato il premio Nobel, trovate quasi sempre delle teorie matematicamente dimostrabili e tecnicamente perfette. O sono delle formule matematiche, o sono delle equazioni, o sono delle intuizioni di tipo politico trasformate però in formule, perchè questa è la vita dell’economista.
L’intuizione di Amartya Sen è invece il punto di congiunzione tra un filosofo e un economista ed è “al mondo non mancano mai i mezzi per sostentare gli esseri umani, non esiste la penuria, (e badate che detta da un indiano questa frase è molto ardita) esiste la mancanza di ciò che ci serve per sopravvivere in questo luogo e una disponibilità eccessiva in un altro luogo.
Secondo Sen si tratta in realtà, notate la semplicità della parola che ha scelto di usare, di un problema logistico: spostare ciò che c’è dove non c’è.
E’ proprio vero che le cose più sono geniali e più sono semplici.
Per lui la questione è prima: “non manca nel mondo, manca in un luogo”; e poi “in una democrazia, per quanto imperfetta, nessuno muore di fame”.
E tutto questo Sen lo dimostra con i fatti. Nell’India immensamente imperfetta, (tutti i giorni i commentatori indiani, i giornalisti indiani, i politici indiani, i teorici politici di quell’immensa democrazia ci raccontano le tanti imperfezioni della democrazia indiana) un fatto è incontestabile: da quando non è più governata da ufficiali inglesi (ai quali poco poteva interessare se in un villaggio il raccolto era scarso ed in un altro abbondante) da quando esiste la democrazia non ci sono più carestie.
Il morire di fame che era tipico della vita indiano non c’è mai più stato.
Ci sono mille problemi, infiniti contrasti, tensioni che ogni volta sfociano nel conflitto e anche quando il conflitto viene evitato il tutto avviene nei modi più ardui, estremi, all’ultimo istante. E però non si muore più di fame.
E dice Amartya Sen il filosofo, e l’economista, primo non morire di fame. E poi si costruisce gradatamente un sistema politico meno imperfetto.
Questo percorso che in parte è della storia e in parte è frammento di memoria o di biografia, che io oggi offro alla vostra riflessione, il percorso degli ultimi 50 anni, quelli che vi hanno formato e vi stanno formando di più, a voi meno che ventenni che state arrivando adesso alla ribalta della vita, si incontra in più punti con il cambiamento della scienza, con il cambiamento del pensiero scientifico.
Il pensiero scientifico è proceduto per gli ultimi due secoli, che sono stati secoli di intenso avanzamento e di continue scoperte e verifiche, grazie al rigore di premesse o di ipotesi che vengono svolte o provate attraverso le ricerche e si confermano in una tesi o teoria la quale a sua volta determina le basi per un successivo procedere.
Come sapete il mondo ha continuato a procedere lungo linee rette di ipotesi e verifica fino a quando personaggi della grandezza di Einstein hanno fatto irruzione sulla scena dicendo in sostanza “guardate che la fantasia ha ruolo immenso in questo discorso, l’immaginazione ha un ruolo grandissimo, persino la poesia ha un’importanza enorme nell’elaborazione di teorie e nei tentativi di provarle”.
Einstein ha insomma sconvoltto quel procedere in linea retta che oltre un determinato punto non riusciva ad andare.
Oggi in tanti campi si riesce invece ad andare avanti perché si è rotto lo schema causa effetto, causa, dimostrazione, effetto, grazie all’ingresso nella scienza dell’intuizione, dell’immaginazione, della ricerca disinteressata, di quell’enorme bagaglio che gli scienziati, i ricercatori chiamano “Fasi Ideas”: anche se ho idee ancora imprecise, nebbiose, non ancora chiaramente definibili, le uso come base per una possibile ricerca e vediamo dove mi portano.
A me è capitato di assistere ad un esempio di questo tipo, di deviazione dalla linea rigorosa, in un ospedale americano, un luogo dove domina ancora, molto forte, la cultura del rifiuto dell’incerto, dell’uso della certezza, del limite all’intervento soggettivo, persino da parte del medico.
Il caso è questo.
Negli ospedali americani ai medici viene data come istruzione quella di considerare di primaria importanza l’eventuale indicazione di qualcuno di volere o non volere proseguire la vita.
In pratica chiunque può mettere nel proprio portafoglio l’indicazione “sono il tale e in caso di incidente non voglio essere oggetto di quello che si chiama accanimento terapeutico. Non voglio insomma che tentiate ad ogni costo di salvarmi”.
La frase che si usa negli ospedali americani si esprime con la sigla DNR, Do Not Resuscited.
Il caso che ho visto è quello di un medico giovanissimo, donna, che si trova di notte da sola ad accogliere uno di questi corpi. Arriva la barella con una persona inanimata, che sta respirando esclusivamente in modo artificiale, e sul quale c’è il cartello verde DNR.
La giovane dottore donna fa i suoi gesti anamnestici, ciò che deve fare, ciò che è richiesto. Ma il suo istinto di persona e di medico le dice qualcosa di diverso da ciò che dice quel cartello. Le dice che questa persona vuole vivere.
E’ pura intuizione. Non ha nessuna ragione per dubitare di quel cartello, do not resuscited. E quel cartello vuol dire che c’è un incontro tra il regolamento dell’ospedale e la volontà della persona. Vuole anche dire non sprechiamo risorse. Nella cosa c’è infatti anche una componente economica: è morto, vuole morire, lasciamolo morire.
La giovane dottore tocca, sente, decide che questa persona vuole vivere. E così viola la regola che le è stata assegnata, viola quella che è apparentemente la volontà della persona.
E la mattina dopo si trova a sedere sul bordo del letto con una persona che le tiene la mano e le dice grazie. Perché il suo desiderio era di continuare a vivere.
L’istinto ha giocato dunque un ruolo determinante in una parabola certamente imperfetta di percorso scientifico, dove entra il cuore, la fantasia, l’immaginazione, l’istinto.
E’ una sequenza che mi ha molto colpito. Mi occupavo allora di pronto soccorso americano e non ho dimenticato quella sequenza.
Non l’ho dimenticata perché era una variazione che ci dice “d’ora in poi la nostra vita è fatta di variazioni, di impulsi, di istinti, di scoperte, di decisioni personali, di responsabilità nelle nostre mani. Della scelta di non accettare ciò che ci sembra inaccettabile o impossibile dopo che sono venute generazione di zombie che hanno accettato di obbedire ad ordini che erano oltraggiosi, che hanno accettato di partecipare seppure in silenzio a dei fatti mostruosi che avrebbero dovuto e potuto non accadere mai”.
E’ in questo senso che viene incontro a voi un mondo imperfetto ma infinitamente più interessante di quello che è venuto prima di voi. Un mondo dove voi avrete un ruolo che è decisamente più di rilievo di quello della maggior parte delle persone, salvo coloro che hanno lasciato un impronta nella storia, che sono pochissimi, che vi hanno preceduto.
Voi non sarete mai quegli insegnanti che seduti in prima fila non si voltano a guardare i loro bambini che se ne vanno per sempre, non sarete mai delle persone che non devono decidere perché è già stato deciso, voi non sarete mai lavoratori massa.
Sarete i protagonisti di un mondo in cui ognuno conta e nel quale ognuno di voi lascia, da solo o da sola o insieme con altri o con dei piccoli gruppi, un segno.
Viene avanti per voi e verso di voi una tecnologia che si può discutere e anche temere ma che è infinitamente flessibile e che si presta ad essere alla portata delle vostra mani, della vostra intelligenza, della vostra immaginazione, della vostra capacità creativa.
Invece della fabbrica sterminata con dentro delle persone che fanno gli stessi gesti per sempre viene avanti il mondo della tecnologia informatica che non è affatto la terra promessa ma è una tecnologia che si presta ad essere usata da ciascuno e vi spinge ad essere voi stessi, con tutta la vostra imperfezione e con tutta la qualità, il talento che ognuno di voi è capace di dare.
Sto parlando adesso di rete, di computer, di nuovo tipo di comunicazione che sta dando ormai luogo ad un nuovo tipo di lavoro. Con tutte le cose positive di cui ho appena detto e con tante imperfezioni. Proprio così. Ci sono degli aspetti curiosi in questa nuova tecnologia ed è lì che vi aspetta una sfida di intelligenza, di creatività, di intenzioni.
Facciamo qualche esempio?
La guerra del Kossovo è stata la prima guerra vissuta con la rete, la prima guerra vissuta nell’era dei computer che comunicano tra loro attraverso internet che, come sapete, è stato pensato dalle forze armate americane pensando di creare una rete di sostegno alla eventuale sostituzione di contatti telefonici o radiofonici o televisivi e che è diventata patrimonio del mondo.
E durante la guerra nel Kossovo ho notato che la gran parte dei messaggi che passavano in rete non erano messaggi di pace ma di rivendicazione di ciascuno delle proprie posizioni: i serbi rabbiosamente serbi, i kossovari, finché sono riusciti ad esprimersi, appassionatamente e inflessibilmente kossovari, i macedoni strenuamente macedoni, gli italiani con le varie posizioni: a favore della Nato, contro la Nato, contro l’America.
I messaggi erano dunque una costellazione di posizioni nelle quali ciascuno era vicino a sé stesso e lontano dal destinatario. Pensate che cosa curiosa: c’è stata una sorte di uso rovesciato della rete. I serbi non solo reclamavano con fermezza la loro posizione, ma non facevano nulla per persuadere, anzi lanciavano insulti e a un certo punto hanno smesso di comunicare in inglese e hanno cominciato a farlo in serbo, troncando in questo modo ogni capacità di comunicazione. Eppure avevano degli argomenti, eccome se li avevano, se non altro perché erano sottoposti a bombardamenti violentissimi, eppure facevano circolare soltanto messaggi del proprio punto di vista ideologico.
Su questo tema ho scritto “Fine del villaggio globale”, che è un analisi di tutti i messaggi apparsi durante il periodo della guerra.
L”ho fatto non per dire questo è il destino della rete ma, attenzione, per dire che di per sé le tecnologie, per quanto promettenti, per quanto ricche di cose nuove, per quanto affascinanti e diverse, non vanno da nessuna parte.
Dio sa se ce n’è stata un’altra con le stesse potenzialità, con la stessa coincidenza con l’età giovane di chi viene a contatto con questa tecnologia. Di solito le tecnologie arrivano troppo tardi o troppo presto. Internet invece arriva dritta nella vostra generazione. Eppure da sola non basta. Neanche questa straordinaria del computer.
Facciamo un altro esempio?
Ogni volta che scrivo un articolo controverso, e controversi per molti sono anche quegli articoli che a tanti altri di noi paiono assolutamente necessari, come quelli sul problema della tolleranza e dell’intolleranza, ricevo molta posta.
Meno di un terzo è di solito appassionatamente di sostegno (ovviamente so bene che ci sono tantissime persone che non scrivono perché sono d’accordo e quindi non ne faccio una questione statistica) due terzi è di solito scettica, ostile, oppure duramente ostile.
Ora se le lettere duramente ostili arrivano con la posta “tradizionale” di solito l’ostilità e la cattiveria delle lettere è contenuta entro certi limiti espressivi, come se le persone stessero parlando in pubblico, come se uno di voi si alzasse in quest’aula per contraddire alcune cose che ho detto e certamente lo farebbe, per quanto sia convinto delle sue idee, con la buona educazione, le buone maniere con cui si parla in pubblico. Quando invece arrivano via e-mail sono incredibilmente più violente, più aggressive e più irresponsabili, nel senso che tradiscono l’idea di chi l’ha scritta di non essere responsabile di ciò che sta scrivendo.
Questa separazione tra corpo e anima, per cui il corpo rimane con la propria identità a casa e lancia un messaggio che è del tutto libero da quel tanto di remore che ci sono quando ci guardiamo in faccia o quando ci si scrive con i metodi tradizionali, quelli che per abitudine abbiamo imparato ad equiparare a guardarsi in faccia, è un curioso fenomeno psicologico che accade nella rete.
Aprire una busta, a meno che non si tratti di una lettera anonima (chi scrive delle cose che alcuni giudicano controverse riceve una buona dose di lettere anonime ma io quelle non le calcolo; la lettera anonima è vile di per se, cattiva di per sé) è insomma di solito assai meno violento che leggere e-mail, il sistema che tra poco diventerà l’unico modo di comunicare che abbiamo, ma nel quale c’è un drammatico sdoppiamento tra identità e messaggio.
Tutto questo per dire cosa? Semplicemente che la tecnologia più importante siete voi, le vostre teste, la vostra voglia di comunicare con gli altri.
Durante la II guerra mondiale c’era quello strumento imperfetto che era la radio. Non potete immaginare che cosa significava, tenendola bassissima, con le luci spente, ascoltando di notte, riuscire a captare qualche messaggio dalla resistenza, riuscire a trovare una parola che ci dicesse che qualcuno stava ancora pensando a noi, che da qualche parte c’era qualcuno che ci parlava, ci incoraggiava, ci diceva arriviamo, ci sarà la libertà, ci sarà un momento di luce.
Chi sta usando oggi le nuove tecnologie deve sapere che c’è sempre un momento in cui bisogna unire la testa alla tecnologia, la propria passione di esistere con le potenzialità dello strumento che si ha in mano. Che peraltro oggi sono davvero enormi.
Io credo sia questa la vostra sfida, sia questa la ragione per cui è così bello e straordinariamente significativo che una nuova tecnologia diventi disponibile per voi mentre siete giovani.
Un’ultima considerazione. Insieme ad Elie Wiesel, che voi probabilmente conoscete, è il premio Nobel per la pace, il filosofo sopravvissuto ad Auschwitz, l’amico compagno di Primo Levi, e che ancora adesso è in piena attività (insegna negli Stati Uniti, è Presidente della “Accademie Universelle des Cultures” di cui fanno parte alcuni italiani, tra cui Umberto Eco ed io, insieme allo storico francese Jaques Le Goff) stiamo conducendo su Internet (ve lo dico perché vi invito a farne parte) un forum continuo sulla tolleranza, che naturalmente parte dai problemi fondamentali che sono alla base della storia contemporanea, cioè la Shoà, ma si estende in realtà a tutti i problemi contemporanei, dalla convivenza tra israeliani e palestinesi a quella fra noi e i nostri immigrati, dalla tolleranza per aspetti culturali che prima non avevamo conosciuto alla domanda ma si può essere tolleranti dell’intolleranza di altri?; posso essere intollerante di qualcosa che mi pare intollerabile?
Per esempio vi posso portare la mia esperienza di deputato eletto in un quartiere estremamente conflittuale di una città come Torino, che è ricchissima di immigrati.
Si può tollerare, nel mentre si difende l’apertura delle moschee, si difende il fatto che i bambini possano esprimersi a scuola secondo le loro tradizioni e la loro cultura, che esista la pratica della infibulazione, la mutilazione femminile, che non è pratica religiosa ma viene spacciata come pratica religiosa, attraverso vasti strati della popolazione islamica, compresi i gruppi che si sono trasferiti in Europa?
Come vedete i nuovi problemi che sono di fronte a noi, il nuovo modo di esistere insieme, le nuove tecnologie che ci permettono di comunicare insieme, sono una bella sfida che richiede più e non meno attenzione verso tutto ciò che è accaduto nel passato.
E’ anche per questo, per esempio, che sono il primo firmatario della proposta di legge per l’istituzione in Italia di un giorno della memoria e spero proprio, prima della fine della legislatura, di vedere questa legge approvata.
Sono solo due articoli, e non richiedono che sia istituito un giorno di festa ma un giorno di riflessione. Una volta all’anno in cui tutti ci si ritrovi con i più giovani a ricordare quello che è accaduto, a rivedere ciò che è stato e fare in modo che nella sua parte negativa, oscura, di morte, non possa accadere mai più.
Voi avete di fronte tutto il meglio ma anche tutti i rischi. Per questo esistono iniziative come il forum sulla tolleranza di cui vi ho parlato, per questo esiste la possibilità che voi partecipiate, per questo esiste per voi una sfida di essere persone pienamente decise ad occupare il proprio spazio nella storia.
Questo vale per tutti e vale un po’ di più per voi ragazze, che state diventando le protagoniste di un mondo che fino a poco fa vi ha conosciuto molto poco, che fino a poco fa voleva soltanto che foste degli ornamenti meglio se senza parola. Basta guardare i mezzi di comunicazione di massa che non vi stanno dando nessun esempio di come potreste essere perché non fanno altro che produrre modellini graziosi di veline che al massimo cantano e ballano (in una quantità di trasmissioni compaiono soltanto, sono lì per essere viste ma non hanno il dono della parola).
Voi state invece diventando, lo si vede di elezione in elezione, lo si sta discutendo in questi giorni in riferimento alle elezioni iraniane, le protagoniste delle cose che cambiano.
Il presidente Clinton ha potuto sfidare la forza delle compagnie di assicurazione e delle compagnie del tabacco del suo Paese perché la gran parte delle donne americane, quelle repubblicane e quelle democratiche, hanno votato per lui.
Quello che forse sta per avvenire in Iran in questi giorni avverrà perchè le donne Iraniane, nonostante il loro chador, la loro apparente sottomissione a delle leggi islamiche imposte dagli uomini, stanno per riprendere la loro posizione nella vita.
Voi avete dunque di fronte questo compito in più: occupare uno spazio che vi spetta e questa sfida rende molto più bello il vostro ruolo.
Voi siete la sfida per affermare tutto questo. Voi siete il nuovo e il diverso. Voi siete quella parte di civiltà che ancora non si era sentita, se non implicitamente, attraverso l’immensa influenza dall’interno delle famiglie.
E’ un mondo interessante quello nel quale state facendo il vostro passo in avanti e per questo non posso che lasciarvi con un augurio immensamente affettuoso.