Dieci, cento, mille Serendipity Lab

«It’s the question that drive us, Neo». Certo che lo so che da queste parti ci tocca fare a meno della visionaria macchina da presa dei fratelli Wachowski, del «Goth club from hell» e della musica frastornante di Rob Zombie, dell’affascinante Trinity e del saggio Morpheus, che insomma non siamo (ancora?) nel mondo di Matrix, che non c’è una Zion da salvare dal dominio delle macchine e soprattutto che «What’s Matrix» non è la domanda giusta. Rimane il fatto che anche da queste parti, le parti della sostenibilità e della qualità urbana, della ricerca di nuovi modelli di trasformazione della città, della riqualificazione delle sue aree più degradate, è “la domanda” a guidarci.
Dite che in realtà le domande sono tante, almeno quanti i contesti, le discipline, i punti di vista che in vario modo si intersecano con il tema di questo volume? Vero. Ma è altrettanto vero che per quanto mi riguarda spero di contribuire a dare una qualche risposta a una sola di esse, quella che dal punto di vista del sociologo, in ogni caso dal mio punto di vista, è probabilmente la più interessante. Con una scelta a favore della plausibilità piuttosto che della accuratezza formulerei la mia domanda nel seguente modo: «l’architettura può farcela da sola?».
La mia risposta è «no», anche se è un «no» senza punto esclamativo, il no insomma di chi è convinto che l’aspetto rilevante della questioni in questi casi non sia tanto nella «risposta alla domanda» quanto nella «definizione della domanda». Nel prosieguo di questo mio ragionamento cercherò dunque di esplicitare il processo che mi ha portato a definire la domanda, nel caso specifico a illustrare le ragioni per le quali non solo l’architettura non può farcela da sola ma è utile che tale disciplina, così come qualunque altra, non ce la faccia da sola. Il racconto di alcune delle mie precedenti esperienze con «il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati nella luce», delle cose che tali esperienze hanno avuto in comune, di ciò che da esse ho potuto imparare è il mio primo passo in questa direzione.

Ad oggi le occasioni nelle quali l’architettura è entrata, diciamo così, dalla porta principale, nella mia vita di sociologo, sono state tre: una ricerca svolta e pubblicata nell’ambito della convenzione tra la Filcea Cgil (il sindacato dei chimici) della Campania e la Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli Federico II stipulata nel novembre 1989; un intervento tenuto in occasione dell’incontro avuto dall’Adefri (Association pour le development de la formation aux realites internationales) ancora con la Facoltà di Architettura di Napoli, anch’esso successivamente pubblicato in un volume; la partecipazione con una scuola elementare di Casoria (Napoli) al laboratorio di progettazione partecipata e comunicativa organizzato dall’Amministrazione dello stesso Comune nell’ambito del “Concorso Nazionale di Progettazione Partecipata e Comunicativa” – seconda edizione -, indetto dall’Istituto Nazionale di Urbanistica in collaborazione con Wwf., Cer., Ministero dell’Ambiente e Anci.
Al di là delle ovvie, numerose, rilevanti differenze tutte e tre queste esperienze sono state caratterizzate da alcune parole chiave, parole come innovazione, identità, partecipazione, regole, parole attraverso le quali abbiamo di volta in volta potuto condividere rappresentazioni, costruire senso, trovare motivazioni, definire la qualità dei processi di partecipazione e di interazione dei soggetti che in vario modo erano interessati alla realizzazione del progetto.
Per tutte mi piace ricordare l’esperienza relativa al laboratorio di Casoria. Le domande dalle quali eravamo partiti le avevamo formulate, “assieme” ai bambini e ai loro insegnanti, più o meno nel seguente modo:
“Come restituire ai cittadini un pezzo della propria città? Come dare identità, e dunque anima, al proprio quartiere? Come fare in modo che ciascuno, partendo dal rapporto che, più o meno consapevolmente, ha con gli spazi e i luoghi dove abita e vive, possa trovare le motivazioni per partecipare, sulla base di criteri autonomi di valutazione, ad una ricerca che mira alla ri/scoperta di valori, ragioni, contenuti? Che fare affinché, in questo ambito, si dia spazio, voce e ascolto ai diritti delle bambine e dei bambini?”.
Il background che avevamo alle spalle era invece più o meno di questo tipo:
il tema, nel caso specifico il ridisegno di un pezzo di centro storico, non è fine a sé stesso ma si colloca in un contesto assai più ampio, che investe le opportunità e le aspettative di futuro degli abitanti del quartiere;
l’identità è una risorsa decisiva per poter disporre di un’ombra lunga del futuro sul presente, per potersi connettere in maniera più forte e consapevole con le persone e con il mondo che ci circonda, per aiutarci a pensare le case, le vie, le piazze nelle quali abitiamo come spazi pieni di vita e di attività, come luoghi di connessioni, amicizie, incontri”;
partecipare è non solo un diritto dovere del cittadino, ma anche un momento importante di solidarietà sociale, di concorso democratico alla definizione di un progetto di vita in comune.
Credo si potrebbe tranquillamente convenire sul fatto che sia le domande che il background non possono essere confinati nelle riserve indiane dell’architettura, neanche dell’architettura che pensa alla gente, così come del resto si potrebbe dire nel caso della sociologia, o della politica, o dell’economia. Vorrei ciò nonostante insistere sul punto, e vorrei farlo raccontando il punto di vista di due testimoni privilegiati, due ricercatori – scienziati – manager (sì, in molte parti del mondo, quelle più avanzate, funziona così), un ingegnere fisico e un biologo, che di questo approccio comprendente hanno fatto una ragione di lavoro e di vita.

Antonio Esposito ha lavorato al CNR di Napoli fino a quando non si è ritrovato, lui che proprio non intendeva muoversi dalla sua città, a vivere la sua vita tra Giappone, Germania e Svizzera, dove vive e lavora ancora oggi.
Il racconto delle sue esperienze professionali, del suo approccio con il lavoro, offre a mio avviso spunti di riflessione oltremodo interessanti da molti punti di vista. Ancora una volta ne propongo uno soltanto, quello che lo porta a sottolineare come la grande differenza tra le sue due esperienze in paesi comunque di eccellenza come Giappone Germania e Svizzera sia strettamente collegata agli ambienti molto diversi per due motivi fondamentali: la varietà etnica e la diversa natura della ricerca.
“A Tsukuba c’era letteralmente il mondo (indiani di varie etnie, arabi – tutti-, russi, armeni, irakeni, canadesi, americani, brasiliani, argentini, e tutti gli europei) e c’era a gruppi, non solo come singoli, cioè con famiglie, bambini, nonne, cosicché, dal punto di vista culturale, è stato come viaggiare per il mondo senza muovermi. Dal punto di vista delle discipline era lo stesso, si andava dalla filosofia all’architettura, dalla zoologia all’arte, dalla biologia alle nanotecnologie, il tutto shakerato con R&D di produzione industriale e strategie di sviluppo strategiche nazionali. In Germania e in Svizzera invece, nonostante il Cern sia uno straordinario laboratorio di livello internazionale, in realtà i gruppi etnici sono molti di meno e c’è una sola tipologia di ricerca, quella fisica.
La morale della storia che pare suggerirci Antonio è molto semplice: la contaminazione, dal versante delle etnie e delle culture così come da quello della ricerca scientifica, rappresenta la chiave per ottenere risultati migliori.

Piero Carninci, triestino, un bel po’ di anni fa ha scelto invece il Giappone come paese nel quale portare cervello, creatività e impegno e lì è rimasto. Oggi vive a Yokohama e lavora all’Omics Science Center, dove è leader del Functional Genomics Technology Team e della Omics Resource Development Unit, oltre che vicedirettore del Life Science Accelerator (LSA) Technology Development Group.
In un suo recente lavoro, Carninci spiega le caratteristiche della Cap Analysis Gene Expression, un metodo per la misurazione di tutti i geni che sono in un tessuto o in una cellula (quando dice tutti vuole dire proprio tutti i geni che sono espressi, compresi quelli ancora non identificati, senza bisogno di fare ipotesi). Con questo metodo è possibile individuare tutto quanto è alterato, confrontare i tessuti anormali (ad esempio, tessuto tumorale) con quelli normali e capire qual è il set di geni che sono espressi nel posto sbagliato o al momento sbagliato. Sottolineato che la grande forza di questa metodologia sta proprio nella possibilità di analizzare “tutto assieme contemporaneamente”, aggiungo che al mio amico Piero devo la semplificazione del concetto di competizione collaborazione, semplificazione che mi ha suggerito quando, nel corso del mio soggiorno in Giappone, mi ha raccontato che nel suo mondo ognuno corre per arrivare primo ma nessuno arriva da nessuna parte se non collabora con gli altri. Sì, funziona proprio così: “Vince chi conquista la priorità, chi raggiunge per primo un determinato risultato, chi dimostra originalità di vedute e abilità di attuazione. Ma il campo è così vasto che non si vince senza condividere dati, informazioni, punti di vista, conoscenza”.

Dopo i due testimoni privilegiati un grandissimo sociologo, Richard Sennett, che nel suo ultimo, meraviglioso libro, ricordando di un incontro a New York con la sua maestra Hanna Arendt, racconta come, a dispetto del gran freddo, la grande filosofa continuasse a spiegargli perché “le persone che fabbricano cose di solito non capiscono quello che fanno”, a insistere sui pericoli della “tecnica” come pratica del “fare” estraniata dallo scopo per il quale si fa, come attenzione esclusiva a ciò che deve essere fatto e alla necessità che ciò che si fa funzioni, come approccio che fa sì che uomini del calibro di Robert Oppenheimer, direttore del progetto di Los Alamos, lavorassero alla bomba atomica senza mai lasciarsi alle spalle il “come” e senza mai affrontare il “perché”. Devo dire che personalmente resto affascinato dall’idea di Sennett che l’animal laborians possa diventare la guida dell’homo faber perché sa dare importanza alla cultura materiale, è orientato alla qualità, ha la cultura della tecnica, è maestro nel suo lavoro, cioè possiede maestria, in pratica quella cosa che “designa un impulso umano fondamentale sempre vivo, il desiderio di svolgere un lavoro bene per se stesso”, insomma è in grado di cogliere l’intimo nesso esistente tra la mano e la testa. Ciò non di meno aggiungo che è bene non perdere di vista gli argomenti della Arendt, il mito del vaso di Pandora, la banalità del male, i rischi di una “tecnica” che in quanto tale non è capace di valutare le conseguenze di ciò che fa. Come ricorda ancora Sennett, sarà lo stesso Oppenheimer ad annotare tempo dopo nel suo diario che: “Quando vedi qualcosa che tecnicamente è allettante, ti butti e lo fai; sulle conseguenze ci rifletti solo dopo che hai risolto vittoriosamente il problema tecnico. Con la bomba atomica è stato così”.
Bastano un ingegnere fisico, un biologo e un sociologo a dire perché è meglio non farcela da soli? Non sta a me dirlo, e sono anche contento che sia così. Ciò che invece proverò a fare in conclusione di questo articolo è illustrare le caratteristiche del Serendipity Lab e le ragioni per le quali a me continua a sembrare una buona idea per provare a lavorare meglio e a raggiungere risultati migliori.

Un ambiente sociocognitivo dove interagiscono menti provenienti da ambiti disciplinari diversi (in piccolo, ma modello Tsukuba, per intenderci), naturalmente molto preparate ma assieme a questo un po’ avventurose, capaci di cimentarsi con idee, connessioni e relazioni di tipo inedito, in grado di pensare e, dunque, di fare, qualcosa di nuovo rispetto a quello che si fa da altre parti: è questa in estrema sintesi la carta di identità del Serendipity Lab, un luogo dove si incontrano conoscenze e competenze diverse in grado anche per questo di attivare processi virtuosi di scoperte e conoscenza per genio e per caso; un luogo dove non contano solo le conoscenze esplicite, codificate, e quelle implicite, basate sull’esperienza, ma anche, e molto, la capacità di guardare alle cose, ai dati, alle idee con occhi diversi, la propensione ad esplorare nuovi approcci e metodologie, la voglia di sbilanciarsi e di percorrere sentieri prima inesplorati con la determinazione di chi sa che alla fine del viaggio l’unica cosa che conta davvero sono i risultati.
Si tratta di un approccio che punta sulla possibilità di far incontrare teste e mani, saperi e saper fare, intelligenza, creatività, spirito di iniziativa, capacità di innovazione di matrice culturale diversa per utilizzare al meglio tutti i fattori e i dati disponibili, per accompagnare e sostenere i percorsi di ricerca, di progettazione, di realizzazione, per fare in modo che l’effetto sia prodotto dalla situazione stessa, dai processi che si è stati capaci di mettere in moto. Naturalmente, anche solo la possibilità che ci siano un po’ di Serendipity Lab nel nostro futuro è strettamente correlata alla volontà delle istituzioni, delle università, delle parti sociali, di interpretarne la necessità, di accompagnarne la crescita favorendo la propensione a (ri)definire identità, attivare e dare senso agli ambienti nei quali chi fa ricerca opera, a incentivare la voglia di fare rete.
Si può dire che tutto questo ha molto a che fare con la “rigenerazione” e poco o, meglio, niente, con la “rottamazione”, delle nostre università, delle nostre strutture di ricerca, delle nostre città?

L’idea è in definitiva che dall’adozione di questo approccio che cerca di tenere assieme Serendipity, Sensemaking e Connectivism, talento e organizzazione, collaborazione e competizione, creatività e sistematicità, partecipazione e decisione, possa venire un contributo utile anche all’opera di “rigenerazione” delle nostre città a partire dalle aree più popolari e/o degradate. Ciò detto, rimane per ultimo da aggiungere che lo sfondo continua a essere dominato da una questione chiamata «qualità», qualità di ciò che è «pieno» e qualità di ciò che è «vuoto». A valle delle mie esperienze in Giappone e in Australia mi sono chiesto a lungo la ragione per cui due paesi così parimenti affascinanti dal punto di vista dell’organizzazione, della ricerca, delle tecnologie fossero invece così diversi dal punto di vista del lyfe style. Ci ho messo tempo, ma poi mi sono risposto «lo spazio», risorsa ampiamente disponibile a Sydney e pressoché inesistente a Tokyo.
Un sociologo può permettersi di dire che il rapporto tra «pieno» e «vuoto», nei confini dello spazio abitativo come in quelli dello spazio pubblico, è destinato sempre più a rappresentare il terreno sul quale ci toccherà lottare per conquistare, centimetro dopo centimetro, un altro modo di abitare e di vivere le nostre città? Io intanto l’ho detto, e ribadisco ancora che nessuna disciplina ce la può fare da sola e che personalmente trovo assai poco realistica, risolutiva, persino attraente, una tale prospettiva. Sorry, I don’t like, come direbbe il mio amico Fabrizio che il rapporto con la propria città l’ha risolto salendo su un aereo destinazione London. Mi piace piuttosto la provocatoria genialità con la quale Albert Einstein sosteneva che «se i fatti e la teoria non concordano bisogna cambiare i fatti». Posso dire che i fatti da “rigenerare” sono davvero tanti? E che dunque occorre attrezzarsi in fretta per ideare nuove teorie? L’ho detto, tanto l’architetto non sono mica io.

NOTE

1 Il film in questione è naturalmente Matrix, il primo della trilogia scritta e diretta da Andy e Larry Wachowski, con Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving, Monica Bellucci, 2003

2 Il riferimento va inteso naturalmente nell’accezione che Karl E. Weick ha dato alla settima delle caratteristiche dei processi di sensemaking. Cfr. Senso e significato nell’organizzazione, Raffaello Cortina Editore, 2002

3 È questo uno di quei casi in cui di più la sintesi rischia di far torto alla sostanza della questione, che è di quelle assai rilevanti nell’ambito della teoria decisionale. Ad esempio Peter Drucker, parlando a proposito delle differenze esistenti tra Occidente e Giappone in merito a ciò che significa «prendere una decisione», ha spiegato in che senso e perché in Occidente quando ci riferiamo alla decisione rivolgiamo l’attenzione alla possibilità – necessità di approcciare in maniera sistematica la «risposta alla domanda», mentre in Giappone l’elemento portante, l’essenza della decisione, è rappresentato dalla definizione della domanda; nella misura in cui la risposta alla domanda (ciò che per gli occidentali rappresenta la decisione) dipende dalla sua definizione, il processo decisionale è riferibile alla definizione di ciò che effettivamente riguarda la decisione piuttosto che a quale decisione dovrebbe essere presa. Cfr. Moretti V., Dizionario del pensiero organizzativo, Terza edizione riveduta e ampliata, Ediesse, 2008

4 L’Architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico, dei volumi assemblati nella luce, in Le Corbusier, Verso un’architettura, 1923

5 TecnoNapoli: nuove forme di sviluppo e ridisegno urbano, a cura di Pasquale Miano, Laicata Editore, 1991

6 Parchi tecnologici, innovazione, Mezzogiorno, in Tecniche di intervento per le aree dismesse, a cura di Pasquale Miano, Edizioni CUEN, 1994, pagg. 17 – 25

7 L’esperienza con i bambini della scuola elementare è stata da molti punti di vista troppo significativa per non ricordarla qui. Chi avesse intenzione di farsene un’idea può consultare il sito all’indirizzo http://www.austroeaquilone.it/lab

8 Il riferimento è in questo caso al celebre aforisma di Richard Rogers, secondo il quale Non si può pensare un’architettura senza pensare alla gente

9 Moretti V., Bella Napoli, Storie di lavoro, di passione e di rispetto, Ediesse, 2011

10 Cfr. a questo proposito Moretti V., Massa C., Per genio e per caso, con Cinzia Massa, in Technology Review Italia, Anno IV, numero 1, gennaio – febbraio 2006

11 Carninci P., Cap Analysis Gene Expression (CAGE). The Science of Decoding Genes Transcription, Pan Stanford Publishing

12 Moretti V. Tra la via Riken e l’Europa, in Quaderni Rassegna Sindacale – Lavori, numero 3, luglio – settembre 2008 (ed. inglese, The Riken Way and Europe, 2008)

13 Sennett R., L’uomo artigiano, Feltrinelli, 2008, pag. 11

14 Ibidem, pag. 12

15 È il grande Robert K. Merton, in Viaggi e avventure della serendipity (Il Mulino 2002) a spiegare che “Il modello della serendipity nella ricerca scientifica consiste nell’osservazione di un dato imprevisto, anomalo e strategico che fornisce occasione allo sviluppo di una nuova teoria o all’ampliamento di una teoria già esistente. Prima di tutto, il dato è imprevisto. Una ricerca diretta alla verifica di una ipotesi dà luogo ad un sottoprodotto fortuito, ad una osservazione inattesa che ha incidenza rispetto a teorie che, all’inizio della ricerca, non erano in questione. Secondariamente, l’osservazione è anomala, sorprendente, perché sembra incongruente rispetto alla teoria prevalente, o rispetto a fatti già stabiliti. In ambedue i casi, l’apparente incongruenza provoca curiosità, stimola il ricercatore a trovare un senso al nuovo dato, a inquadrarlo in un più ampio orizzonte di conoscenze. [ …] Affermando che il fatto imprevisto deve essere strategico, cioè deve avere implicazioni che incidono sulla teoria generalizzata, ci riferiamo, naturalmente, più che al dato stesso, a ciò che l’osservatore aggiunge al dato. Com’è ovvio, il dato richiede un osservatore che sia sensibilizzato teoricamente, capace di scoprire l’universale nel particolare.

16 Karl E. Weick (cit.) definisce il sensemaking come un processo fondato sulla costruzione dell’identità, retrospettivo, istitutivo di ambienti sensati, sociale, continuo, centrato su (e da) informazioni selezionate, guidato dalla plausibilità più che dall’accuratezza. A suo avviso, dare ordine logico, senso, a un flusso di esperienza e organizzare sono esattamente la stessa cosa ed è per questo che il processo organizzativo (organizing) diventa più importante della struttura organizzativa (organization).

17 Ideatore del connettivismo (connectivism), George Siemens (Knowing Knowledge, Lulu.com, 2006) definisce la sua teoria intorno all’idea che saper fare qualcosa significa sapere dove trovare le informazioni che servono per farla; che è la cura delle connessioni, la capacità di essere presente con il proprio nodo nella rete della conoscenza a rendere possibile l’accesso, a determinare processi di inclusione; e che i processi di apprendimento sono riferibili all’ambito della socialità più che a quello dell’informazione. In buona sostanza a suo avviso nella fase attuale di sviluppo tecnologico e sociale il fattore chiave dei processi di apprendimento è la capacità di connettersi alle reti del sapere, e dunque il fulcro di un processo di apprendimento efficace non è tanto costituito dall’accumulo progressivo delle informazioni (il contenuto) quanto piuttosto dalla cura delle connessioni che rendono possibile l’accesso a tali informazioni: the pipe is more important than the content within the pipe.

18 Ancora a proposito di architetti e ancora a proposito di Matrix: il “padre” del mondo ideato dai due geniali fratelli, è “l’architetto”. Io ho capito che non è un caso che la “madre” sia “l’oracolo”. E voi?

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