Nuovi Media, Produzione di Contenuti, Sperimentazione, Informazione

A long time ago
“Parleransi li omini di remotissimi paesi l’uno a l’altro e risponderansi”.
Così scrive Leonardo, inventore, pittore, visionario, scultore, scrittore e mille altre cose ancora, in una delle tante straordinarie profezie contenute nel Codice Atlantico.
Anche se in realtà egli non parla del telefono ma “Dello scriver lettere” (1033 verso; è nei Manoscritti che, disegnando una catena di “citofoni” per trasmettere velocemente notizie scrive: “in cento miglia cento case, ne le quali stia cento guardie, che faranno per sotterrani condotti sentire una novella in tre quarti d’ora”; MsB, 23 recto), vale la pena scomodarlo per almeno due ragioni. Perché nella sua profezia egli “anticipa” quello che dal punto di vista sociale è probabilmente l’aspetto più rilevante dell’intricata faccenda che siamo soliti definire società dell’informazione: l’ampliamento delle opportunità, delle capacità, degli ambiti nei quali le persone possono interagire, studiare, lavorare, divertirsi, vivere. E perché la qualità delle nostre vite, le opportunità che in esse riusciamo a cogliere, i bisogni e i desideri che riusciamo a soddisfare sono strettamente correlati alla qualità e alla quantità delle connessioni che nel corso di esse riusciamo a stabilire con gli altri.

Il contesto
Né l’apologia della velocità né l’ideologia del prendo tutto e subito bastano a giustificare, tantomeno a rappresentare, la realtà e la retorica di un mondo senza più barriere. Non basta la piazza di Facebook che invade, a volte corrode, altre volte riempie, lo spazio del confronto pubblico, del protagonismo sociale, dei movimenti “reali”. Non bastano neanche i tanti “day traders” troppo spesso improvvisati che continuano a “nascere” quotidianamente in ogni parte “ricca” del mondo. Senza antropologia, senza storia, senza profondità, il futuro è soltanto il tempo che verrà, l’innovazione il rimpianto di un appuntamento mancato.
In un elenco per definizione provvisorio e incompleto delle caratteristiche che definiscono il contesto e le opportunità che è necessario costruire per rendere almeno un pò più concreta la promessa di una società più universalistica e inclusiva non possono non trovare posto le seguenti idee guida:
La libertà è il diritto di sapere delle cose. Si fa più evidente il nesso tra possesso della conoscenza e ricchezza materiale. La possibilità di dare senso e significato alle nostre vite è in vario modo connessa alla molteplicità degli alfabeti e degli strumenti di cui possiamo disporre.
Una parte sempre più importante delle possibilità di affermazione e di sviluppo delle organizzazioni sono legate alle capacità di comunicazione e di interpretazione dei suo componenti a tutti i livelli.
Senza indulgere nella convinzione che ogni cosa si sta sciogliendo nell’aria, è da tempo in atto un inesorabile processo di dissoluzione delle strutture (Martin Berman), è utile riconoscere che è in atto un processo di indebolimento (perdita di consistenza) delle organizzazioni in quanto strutture che si acocmpagna all’erosione dei livelli di socialità (pochi spazi per i bambini e per i vecchi, Putnam e il gioco del bowling) e ad una più scarsa partecipazione all’azione politica collettiva.
Il potere si presenta sempre più come comando senza autorità, mentre il cittadino – lavoratore flessibile è per certi versi anche un cittadino – lavoratore precario, costretto in qualche modo a fare i conti con sempre nuovi buchi strutturali che si fanno strada nella propria personalità, e costantemente in lotta con la necessità di ridefinire il proprio sistema di valori e di credenze (Sennett).
Le tecnologie riarredano il mondo nel quale viviamo, ci costringono a riabituarci a ciò che ci circonda, a riclassificare ciò che per noi è importante, ciò che per noi vale (Veca). Come accade all’uomo senza qualità di Benni che cerca la sua identità in un negozio di telefonini.
La grande mole di informazioni, il loro veloce propagarsi, la grande difficoltà a seguirne gli sviluppi e l’autenticità fanno sì che spesso non ci sia selezione, non ci sia priorità, non ci sia criterio di urgenza nell’accesso alla notizia (Braudillard).
Nella società dell’informazione agiscono due spinte uguali e contrapposte: una tendente alla contrazione, del tempo, che fa sì che tutto accada in maniera sempre più rapida e che i 15 minuti di celebrità pronosticatici da Andy Wharol diventino 15 secondi; l’altra tendente all’ampliamento, dei pubblici, che acquistano una dimensione sempre più globale (ci sono voluti 60 anni prima che la radio raggiungesse i 100 milioni di utenti, alla televisione ne sono bastati 30, ad internet 7).
Dal punto di vista delle funzioni, i nuovi media hanno nella sostanza le stesse funzioni che nella società agricola hanno avuto il campanile, la fontana ed il portalettere.
Il campanile (poi la radio, la televisione, la stessa internet) è il broadcasting, una centrale che possiede l’informazione e la trasmette a tutti. La fontana è il medium dei piccoli gruppi: ci si incontra alla fontana e si scambiano storie, fatti, notizie. Il portalettere fa più o meno, nella società agricola, quello che fa adesso. A cambiare sono le tecnologie e le possibilità ad esse connesse. Con Internet su una stessa piattaforma sono presenti tutte e tre le funzioni dei media tradizionali (De Biase).
I nuovi media possono aiutarci a rappresentare e a comprendere noi stessi; a leggere e a rappresentare la realtà; a reinterpretare i valori della memoria e della narrazione. Cambiando il modo di pensare, comunicare, studiare, lavorare, comprare, divertirsi, cambia la percezione delle cose, cambiano i significati, e dunque il mondo.
Nel nuovo paradigma cambia l’evidenza con la quale il cambiamento accade. Il colore dei soldi è un po’ più sbiadito. Contano un pò di più i contenuti. Le idee. E la possibilità – capacità di realizzarle.

Media che dicono un mondo
Giorno dopo giorno sempre più media “dit un monde”.
Al tempo della telefonia fissa: “Pronto, ciao, come stai”.
Al tempo della telefonia mobile: “Pronto, ciao, dove stai”.

Struttura a rete dei nuovi media digitali (Manuel Castells).
Insieme alla dimensione organizzativa gerarchica (top – down) si sviluppa una dimensione middle bottom – up (Nonaka e Takeuchi) che valorizza il protagonismo dei livelli intermedi.
Il passaggio (graduale e non lineare) dal “consumo” alla “produzione” di contenuti informativi favorisce la costituzione di un pubblico attivo che chiede di avere voce e di stabilire relazioni.
La fiducia diventa una risorsa sempre più importante.
Le persone – che scrivono e che leggono – sono coinvolte nel processo informativo in un modo inedito; le fonti di informazione abbondano; la credibilità dei professionisti è sottoposta a test continui; la voce del pubblico parla chiaro e forte; la funzione dei giornali tradizionali deve cercare una sua legittimazione non difendendo il suo ruolo tradizionale ma partendo dall’esperienza per svilupparla in modo nuovo; il giornalismo professionale continua a presentare alcune funzioni comode e utili ma non può più pensarsi come un sinonimo dell’informazione e deve piuttosto concentrarsi sulla definizione delle funzioni che può svolgere al servizio del pubblico (De Biase).

Il senso della sperimentazione
AustroeAquilone: fabbricare contenuti e relazioni

Ogni società si pensa attraverso i suoi mezzi di comunicazione. AeA nasce così. Era il 1994. Quando alcuni amici tra Napoli e Milano decidono di provare a trasformare un’idea in una associazione ed una rivista.
Austro&Aquilone, il nome di due venti, del Sud e del Nord, per contribuire alla discussione e alla ricerca attorno a temi come la comunicazione, la democrazia, lo sviluppo, le classi dirigenti. Visti da da Sud e da Nord. Alla luce delle possibilità offerte dai nuovi media, dall’Internet alla televisione digitale.
Le risorse sulle quali si potè contare sin dall’inizio furono un vero direttore, una (tele)redazione forse un pò naif ma nel complesso efficiente, sparsa, per l’appunto, tra Napoli e Milano, collaboratori spesso prestigiosi e quasi sempre disponibili, un discreto numero di abbonamenti.
E poi una buona dose di incoscienza. Ed una, ancora maggiore, di entusiasmo. Le parole chiave di questa fase? Crederci. Provarci. Scommettere.
Scommettere sulla voglia di capire cosa stava cambiando in quella fine del secolo breve, mentre sentivamo la storia alle calcagna ed eravamo impegnati a riarredare le stanze delle nostre vite sconvolte dall’irrompere di nuovi linguaggi e nuove tecnologie. Scommettere sul bisogno di riordinare i nostri modi di vedere e di interpretare il mondo in cui viviamo. Di ripensare ciò che per noi vale e ciò che noi siamo. Di condividere con altri il disagio, l’incertezza, che il cambiamento produce. E di limitarne per questa via gli ambiti, la portata. Scommettere sulla possibilità di costruire, con pazienza e lavoro, relazioni, rapporti, comunità di condivisione. Perchè il significato di qualcosa equivale a chiedersi come questa cosa sia connessa con le altre. Perchè un’autostrada va verso il futuro soltanto se da qualche parte ha uscite verso l’inclusione e la partecipazione.
Assieme alla scommessa, la voglia.
La voglia di realizzare cose, anche piccole, che in rapporto ad altre possono acquistare significato e diventare più grandi. Di ricercare occasioni di confronto. Di suscitare un pizzico di curiosità e di interesse.
La voglia di pensarsi come una fabbrica di contenuti. Una fabbrica aperta, ospitale. Fatta di idee, eventi, dibattiti, progetti, proposte. E di cose da realizzare.
La voglia di scambiare esperienze. E costruire rapporti di amicizia. Da curare e far crescere con affetto. Nel tempo.

Nòva: sperimentare interpretazioni
Luca De Biase su Quaderni di Rassegna Sindacale Lavori (Anno 2008, n°1) racconta una storia, quella di Nòva. Ripercorriamone rapidamente le tappe.
Al tempo del giornalismo dell’innovazione, il metodo giornalistico subisce un’evoluzione importante.
La verifica di un fatto serve a chiarire quanto esso sia attendibile ma non basta a stabilire se appartiene al dominio dell’innovazione. Mentre è verificabile un fatto, non è verificabile che quel fatto sia un’innovazione se non aspettando di vederne le conseguenze. Un’innovazione è una cosa nuova che deve rispondere in modo nuovo a un problema specifico. Ma se non funziona per qualche motivo non è un’innovazione ma un fiasco.
Il giornalismo dell’innovazione deve dunque sviluppare un metodo specifico per decidere se un fatto vada annoverato o meno nel campo dell’innovazione. Deve in sostanza prevederne le conseguenze.
Il metodo del giornalismo dell’innovazione più che scientifico è di tipo “artigiano”. Si impara dal veder fare e dal sentir dire da chi ha dimostrato di essere capace di cogliere i signa prognostica, di individuare l’innovazione.
Il percorso di Nòva è scandito in una prima fase dalla successione delle storie di copertina: Ricerca dei giovani scienziati e delle loro idee di business (Carpe ideam); evoluzione delle lingue e dei linguaggi (La fine di babele); riscoperta della dimensione territoriale (La rivincita della geografia); evoluzione dei nuovi media digitali (Video invaders); ricerca di un linguaggio che valorizzi il valore culturale del pianeta digitale.
A produrre Nòva, assieme ai giornalisti ci sono gli innovatori, e tra questi i blogger.
Il messaggio è: cercare i lettori. Con la consapevolezza che con Internet muta a più livelli, quello culturale in primo luogo, la relazione tra le organizzazioni dell’informazione professionale e il pubblico.
Il primo passo in direzione della crossmedialità è la fondazione della rivista bimestrale Nòva24 Review. L’idea è aggiungere (nonostante sia evidente che l’operazione non sarà un successo dal punto di vista commerciale) un tassello all’idea che il pubblico si sta facendo della sperimentazione di Nòva e di dare una chance in più alle possibilità di ricerca della redazione.
Il primo blog è Nòva24Ora! Subito molto citato dagli altri blog è il primo passo di un esperimento molto più ambizioso che vede la luce nel giugno del 2007: Nòva100.
Nòva100 è un sistema che genera informazione online seguendo un metodo piuttosto particolare. Ed è un simbolo vero di innovazione. Si tratta di una piattaforma per gli autori che si esprimono e si connettono direttamente al proprio pubblico. Offre agli autori una tecnologia per fare un blog, un modello di business fondato sulla condivisione del valore della raccolta pubblicitaria, un aggregatore in grado di valorizzali e dar conto in maniera sintetica delle novità che producono, una testata che può contribuire ad aggiungere significato al messaggio che gli autori intendono lanciare e una garanzia: il diritto d’autore resta in possesso di chi ha generato l’opera, che non è trattato da content provider ma da vero e proprio protagonista. In cambio della piena libertà di espressione, naturalmente, Nòva chiede agli autori di essere responsabili di quello che scrivono. Nòva100 era dunque una proposta agli autori e al pubblico: nella grande conversazione che si sviluppa online la funzione del giornale è quella di creare le migliori condizioni possibili per il dialogo. Garantendo l’efficienza della piattaforma, la credibilità del modello di business, l’innovatività dell’informazione, la qualità della scelta dei contenuti, la responsabilizzazione degli autori. Ne viene fuori un sistema di informazioni sempre aggiornato, fondamentalmente diverso, riconoscibilmente innovativo: insomma, una nuova incarnazione del concetto per il quale Nòva era nata, aveva sperimentato e rischiato.
Ma la sintesi pratica del concetto di giornalismo dell’innovazione arriva con il progetto lanciato negli ultimi giorni del 2007. Si chiama NòvaLab ed è un software pensato per aggregare il sapere di network di esperti o di cittadini in pagine che hanno l’aspetto di blog e la funzionalità dei wiki, fatti per la condivisione delle informazioni. L’idea è quella di condurre ricerche per singoli progetti di approfondimento, finanziati con denari di aziende, enti o bandi europei, finalizzati alla produzione di studi sui principali filoni di approfondimento esplorati dal gruppo di Nòva.

Yahoo Finance: Chi fa da se fa per tre
Analisi della home page del sito di Yahoo Finance (30 settembre 2009).
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Finanza World: Investire Intelligente è giusto. Anzi democratico
Sono trascorsi 10 anni da quando Francesco Carlà ha iniziato il suo viaggio alla scoperta della Finanza Democratica. Oggi è considerato da molti un guru dell’investimento consapevole e partecipato, ha definito un suo indice borsino di riferimento (IBCC, In Borsa Con Carlà), ha conquistato visibilità e autorevolezza.
Questi i messaggi: gli investimenti sono una maratona e non una finale dei 100 metri; bisogna non smettere di battere l’indice; per InvestireIntelligente bisogna essere consapevoli e informati; per InvestireIntelligente bisogna imparare come si fa da chi è Indipendente; per InvestireIntelligente bisogna acquisire uno stile personale di investimento.
Queste invece per Carlà le 9 buone abitudini dell’Investitore Intelligente:
Prendete in mano il vostro denaro
Risparmiate ed investite automaticamente
Usate Internet per investire
Investite in Azioni, Obbligazioni, ETF e Cash
Usate Internet per tenervi aggiornati
Investite in Italia e in Europa
Investite a Wall Street
Investite nel Mondo
Usate bene il Tempo e il Metodo negli investimenti
Queste infine le modalità con le quali promuove il suo Master (in realtà una giornata formativa informativa).
Obiettivi: smettere di perdere soldi in iniziative estemporanee e improvvisate; individuare gli investimenti convenienti: quelli cioè che vi permettono di moltiplicare i vostri capitali (troppo spesso succede che gli investimenti siano scommesse e non – appunto – investimenti).
Contenuti, parte teorica: organizzare il portafoglio (asset allocation); scegliere le società candidate (stock picking); informarsi sulle società e sui loro business; analizzare le società e valutarle (value e growth); vederle in movimento e in azione (watchlist).
Contenuti, parte pratica: casi concreti di stock picking di successo: come ha fatto le sue scelte vincenti; come gestire il portafoglio: il suo Metodo, lo stop loss, il profit taking, la gradualità; casi concreti di analisi e valutazioni dai servizi premium di Finanza World; le 6 cose decisive per Investire Intelligente; le watchlist esclusive (le società individuate ma non ancora inserite nel portafoglio); i 15 comandamenti 2.0
Domande e risposte con i partecipanti.

Post e messaggi nella bottiglia
La rivoluzione non è un pranzo di gala neppure quando è digitale. Si può emergere, e stare dalla parte dei vincenti. Ma anche perdere. E ritrovarsi emarginati, esclusi, iscritti a forza nel club sempre troppo affollato degli svantaggiati. E ogni qualvolta ciò avviene l’ingiustizia è in agguato.
È utile perciò guardare alle cose del mondo non abbandonando mai del tutto il punto di vista dello scettico. Quello che ci ricorda che risolvere un problema vuol dire semplicemente crearne uno nuovo. Quello che in ogni occasione ci spinge a chiederci: come minimizzare la sofferenza socialmente evitabile? Come trasformare le potenzialità in effettive capacità fondamentali delle persone? E ancora: ma tutto questo sarà proprio vero? E se sì, in che modo lo sarà? A quali condizioni? E per chi?
Lo sviluppo – oggi più che mai – è fatto di innovazione. E i suoi interpreti sono gli innovatori. Ma in mancanza di una narrazione di questo passaggio storico, gli innovatori si ritrovano da soli a combattere contro mille difficoltà, pratiche e concettuali.
Anche al tempo dei media digitali la questione relativa alla selezione e alla completezza delle fonti rimane di grande rilevanza.
L’informazione non è solo un prodotto di consumo ma anche, soprattutto, un bene pubblico.
Il potere di informare si interseca saldamente, più che in ogni altra fase, con il potere di formare.
Una società nella quale non c’è la possibilità di proporre e di disporre di visioni e punti di vista alternativi, non può essere a giusta ragione definita pluralista.
La democrazia al tempo di internet richede più consapevolezza e maggiore partecipazione, nei modi di comunicare così come nei modi di apprendere e nelle modalità con le quali si gestisce il cambiamento.
Non si tratta di immaginare un mondo, che non c’è, tutto reti e niente gerarchie. Ma di lavorare con pazienza, intelligenza, ogni giorno, per rendere almeno un pò meno evanescente la promessa di una società dell’accesso nella quale donne e uomini di ogni età, di ogni ceto sociale, di ogni parte del mondo, abbiano maggiori opportunità, possano incrementare le proprie capabilities.
Consapevolezza e partecipazione sono due parole chiave per navigare tra i continui cambiamenti che caratterizzano la nuova fase. Naturalmente non esauriscono la molteplicità di concetti, idee guida che la caratterizzano, ma di tale molteplicità rappresentano il possibile background, lo spazio nel quale rintracciare una tavola di valori, di riferimenti, di interpretazioni condivise, qualcosa che assomigli a ciò che in altri contesti Rawls ha definito overlapping consensus.
La ricerca delle soluzioni è, come ogni ricerca, un’attività priva di risultati certi. E non può che appoggiarsi sul metodo dell’umile, consapevole, artigiana sperimentazione. Nella speranza che da una grande esplorazione delle possibilità emerga un percorso praticabile per costruire un’informazione utile e convincente.

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