‘U cuntu e ‘a musica di Michele Rivello

MICHELE RIVELLO | ‘U CUNTU E ‘A MUSICA
Preludio
Primo Movimento
Secondo Movimento
Terzo Movimento
Quarto Movimento
Movimento Finale
Nota Metodologica di Vincenzo Moretti

PRELUDIO | ‘U BARBIERI E ‘U PRISIRENDI
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Cara Irene, con il mio amico Mario Greco, il Barbiere De Giulio, è da un po’ che abbiamo pensato di raccontare Michele Rivello, ‘u prisirendi, il presidente. Trovare la chiave, il filo conduttore della storia, non è stato facile, ‘u prisirendi non ha una storia sola, è fatto di tante storie intrecciate dalla vita e dai ricordi. Alla fine ho pensato di raccontarlo un poco alla volta, così posso gestire meglio i suoi salti di spazio e di tempo e il suo casiddisi, il dialetto di questa bella comunità. L’altro vantaggio è che tra una trascrizione e l’altra delle registazioni posso tornarci su, cogliere meglio le sfumature, i dettagli, che sono importanti sempre e nelle storie come questa ancora di più.
L’altro giorno sono stato dal Barbiere De Giulio e abbiamo registrato il primo pezzo, intanto che ci lavoro ti suggerisco di guardare il piccolo documentario realizzato da Giuseppe Jepis Rivello, così cominci a conoscere la persona, a entrare nella storia, a scoprire l’amicizia e l’amore per la musica che lega il barbiere e il presidente. Sì, direi che per cominciare mi posso fermare qui, buona visione.

PRIMO MOVIMENTO | DALL’INFANZIA A MARDEDDA ALLA MORTE DI MIO PADRE
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Sono nato il 6 luglio 1931 da una povera donna, una volta si diceva figlio di N. N., anche se in realtà mio padre l’ho conosciuto e mi ha voluto bene, e anche la moglie lo stesso, ma questo ve lo racconto tra un attimo.
Ho fatto la terza elementare, e sono cresciuto come tanti ragazzi di quegli anni, fra birbanterie, lavoro e strada a Mardedda, qui nel centro storico, fino a quando mio padre, d’accordo con la moglie, non mi è venuto a prendere e mi ha portato a casa sua.
Avevo 13 – 14 anni, era il 1944, il 1945, verso la fine della guerra, ma mio padre per quei tempi là stava bene, teneva il terreno, teneva le capre, le pecore, due buoi, due vacche, teneva tutto.
Mi prese in casa sua e cominciai a lavorare, mi faceva pascolare le bestie, mi faceva fare tutto, mi faceva fare il padrone, e quando mi feci più grande, verso i 18 – 19 anni, mi affidò tutto.
Il mio lavoro principale era arare il terreno con i buoi, mio padre aveva parecchia terra. Con i due buoi ai lati, l’aratro e io in mezzo, aravo la terra, rivoltavo le zolle, facevo i solchi, poi a novembre dicembre seminavamo il grano, poi a maggio il granturco. L’altra cosa che facevo era curarmi degli animali, portarli al pascolo, mungere le due mucche, aprire e chiudere la stalla e il recinto mattina e sera, facevo questo.
La terra e gli animali, queste erano le mie giornate di lavoro, e stavo bene, non mi mancava niente, aravo, sempre con i buoi, avanti e indietro, avanti e indietro. Andavo pure a lavorare alla giornata, per qualcuno. Mi trattavano bene, io con l’aratro ero bravo, il terreno lo aravo bene, a zappare poco e niente, dico la verità, ‘a zappa nun me piacia, la zappa non mi piaceva. Facciamo, per esempio, che io venivo a lavorare una giornata per voi, in cambio voi mi davate quattro giornate per me, funzionava così. Tenete presente anche che avevo una tradizione di famiglia alle spalle, mio nonno lo chiamavano Michele o vualano, il bovaro, e vualano è rimasto il soprannome della nostra famiglia. Comunque sì, la famiglia di mio padre stava bene, lavoravano in campagna, però stavano bene.
Mio padre era contento di me, mi diceva “tu sei il padrone”, va bene pensavo io. Fino a quando stavo con lui lavoravo ma non mi mancava niente, avevo anche la cento lire in tasca, è la verità, io con lui stavo bene.
Poi arrivò quel maledetto 13 Dicembre del 1951, il giorno di Santa Lucia, quando arrivai alla masseria e mi accorsi che ci avevano rubato tutti gli animali. Ci avevano rubato tutto, tutti gli animali, tutto.
Io sono rimasto, sono rimasto senza parole, senza fiato, ho chiamato mia sorella Francesca, “idda ia ’a casa”, lei è andata a casa, l’ha detto a mio padre, e lui si è sentito male, ha avuto un colpo forte, è cascato a terra all’istante. Quando mia sorella gli ha detto che avevano rubato tutto è rimasto, gli è venuto come un infarto, però per fortuna poi si è ripreso.
Il 27 – 28 Dicembre dello stesso anno, il 1951, si vendevano due buoi e una vacca e io e un cognato mio dicemmo “pigliammuninni”, prendiamoli, perché alla masseria non è rimasto niente, così ci rimettiamo gli animali, e così li abbiamo presì. Però iddu, lui, è venuto in campagna, “ma nun so’ i mei”, ma non sono i miei, disse, “chisti so’ i vuosti”. Il 13 Gennaio 1952, a un mese esatto dal furto, gli è venuto un infarto ed è morto. Gli animali per lui erano tutto, era con i buoi che aravamo la terra dura, e sempre con i buoi pisavamo, in pratica con la pietra trascinata dai buoi nell’aia facevamo la trebbiatura per separare il chicco dalla paglia e dalla pula. Gli animali per noi erano troppo importanti, e mio padre non ha superato il colpo, e così quando non avevo ancora 21 anni l’ho perso.
Dopo la sua morte niente è stato più lo stesso. Come vi ho detto la moglie mi voleva bene, non mi mancava niente, però senza mio padre non mi sentivo più a mio agio come prima, anche se sono stato ancora qualche anno con questo mio cognato a portare avanti il lavoro con gli animali e tutto, abbiamo continuato per qualche anno così, però sapevo che dovevo prendere la mia strada, e così ho fatto.

SECONDO MOVIMENTO | DAL MATRIMONIO ALLA PARTENZA PER LA GERMANIA
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Mi sono sposato il 4 dicembre del 1954, il giorno di Santa Barbara. Mi sono messo solo, casa affitto, ci sono stato pochi mesi, fino a giugno, poi tenevo un poco di casa a Mardedda, ho fatto una stanza sopra, ho allargato un poco avanti, e allora me ne sono passato là, sono stato là con mia moglie. Nel 1956, a marzo, è nato mio figlio e nel 1959, a gennaio, è nata mia figlia.
Mio figlio vive in Germania e pure lui tiene due figli, un maschio e una femmina. La femmina faceva l’hostess, viaggiava in Europa, poi quando le hanno detto che doveva viaggiare in tutto il mondo ha lasciato, il maschio fa l’autista del treno, stanno bene. Anche mia figlia tiene due figli, la femmina è avvocata, sta a Cosenza, lavora all’Inps, e sta bene. L’altro sta qua, Michele, lo chiamano ‘o Jolly, e fa il maestro di musica, insegna anche a scuola, e sta bene. A Michele io lo portavo al conservatorio, lo aspettavo la sera, a iddu (lui) e a Giuseppe lato Fiscina, li accompagnavo tutti e due al conservatorio.
Per qualche anno dopo sposato ho fatto lavori vari, fino a quando nel 1957 sono andato a lavorare alla diga, a Sabetta, dove adesso sta la centrale, dove ho lavorato fino al 1959.
Alla diga sono stato bene, sono stato sempre quasi all’impianto, non è che stavo a scavare o a fare le fondazioni (fondamenta), stavo quasi sempre all’impianto, al calcestruzzo, distribuivo il cemento a chi lo cercava. C’è una bella storia di quando ho fatto per la prima volta il cemento, adesso ve la racconto.
C’era un mio amico che aveva lavorato nelle ditte, che si chiamava Amerigo, lui mi chiamava 164, perché tenevo la matricola io, e disse vicino a me, “vuoi stare all’impianto, fai il cemento? Qui c’è scritto, tanto cemento, tanta acqua, tanto briccio (brecciolino), tanto di ogni cosa”. Io risposi “Si, e come no”, dopo di che acchiano (salgo) sulla macchina con il camion sotto e chiedo quanti impasti devo fare, lui mi risponde “4, 164!” e io dico “va bene”.
Faccio il primo, tanto cemento, tanto ghiaia, tanto sabbia, tanto acqua, tanto tutto, faccio girare la macchina per fare l’impasto e poi ribalto il tutto nel camion: mi accorgo subito che è troppa acqua, più acqua che tutto il resto. Dal camion non esce, perché è chiuso, ma comunque è troppa acqua. “Mannaggia la miseria”, penso, mentre il mio amico si mise a ridere e mi disse “ma che che fai?”. 
In pratica in non avevo abbarato che era chiuppeto, non avevo considerato che aveva piovuto, e che la sabbia con tutto il resto era umida, bagnata, insomma avrei dovuto metterci meno acqua. Comunque, faccio il secondo impasto, metto meno acqua, ma quando ribalto è comunque troppo bagnato. “Mannaggia la miseria”, mi ripeto, “ma com’è che è ancora così bagnata”, mentre il mio amico continuava a ridere. Al terzo impasto di acqua quasi non ce ne metto, e viene buono, però non proprio come doveva venire. Il quarto impasto lo faccio completamente senza acqua, senza niente, lo faccio girare per fare l’impasto e quanto lo ribalto nel camion al centro c’è questa montagnozza dura, intorno l’impasto più morbido e più intorno ancora acqua.
Parte il camion, con me sopra, percorre pochi chilometri, però ci sono tante curve, le strade sono accidentate, e finalmente arriviamo al posto dove dobbiamo scaricare.
Avevano messo delle piastrine dove dovevamo scaricare, una specie di piazzola di latta, insomma quando arriviamo l’auto ribalta e nel ribaltare si ammischiuvala, mescolava, di nuovo tutto, e vanne fuori una cosa fine, perfetta. A quel punto venne il caposquadra, si chiamava Pietro, e disse “chi ha fatto questo cemento”, il mio amico si mise a ridere ma rispose la verità, “l’ha fatto il 164”, e a quel punto il caposquadra disse “il 164 resta con me, me lo piglio io, lo tengo all’impianto e me face ‘o cemento a me, fa il cemento per me. E così pigliai il posto all’impianto.
Tornando a noi, quando nel 1959 ho lascioto l’impianto mi sono messo insieme ad alcuni cugini e amici, eravamo a volte in tre e a volte in quattro, a fare i caròppili pi fa’ i pippi, i ciocchi per fare le pipe, insomma la radica dell’erica, che è di legno duro e assai resistente al calore e per questo è la più adatta le pipe. Non era facile, ci voleva anche la salute per fare questo lavoro, non tutte le piante le avavena, bisognava scavare e tirarle fuori dal terreno. Ed erano di diversa grandezza, più le piante sono vecchie e più i caròppili sono grossi. Comunque noi li raccoglievamo e li vendevamo a chi poi le lavorava e faceva le pipe. Ho fatto questo e altri lavori fino a quando, nel 1962, c’è stata l’emigrazione e me ne sono andato in Germania, dove sono stato a lavorare fino al 1967.

TERZO MOVIMENTO | QUATTRO ANNI IN GERMANIA
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Sono partito per la Germania il 25 Aprile 1962 e ci sono rimasto per 4 anni, fino al 1966. Sono andato in un posto chiamato Randegg, una frazione di Gottmadingen. Lì c’era ’na banna, una parte, dove c’erano parecchi paesani, chi sotto, chi sopra, si chiamava Casa Bianca. Lì avevo molti amici, cugini, c’era anche Rita Rivello, mia cugina, voi la conoscete, pure lei ha una storia piena di cose da raccontare.
I lavori che ho fatto in questi 4 anni sono stati sostanzialmente due: sono stato prima in una fabbrica che faceva macchine agricole, macchine di ogni genere, ci sono stato per due anni, fino a quando non tornai a Caselle perché avevo la famiglia qua, io i 4 anni in Germania sono stato da solo. Quando me ne sono venuto a Natale dopo due anni avevano fatto una legge che chi firmava le dimissioni non poteva essere ripreso nella stessa azienda, e così quando sono tornato, nonostante il caposquadra mi volesse molto bene, non sono potuto rientrare. E così sono finito in un’azienda dove si producevano birra e altre bevande. Qui sono stato per un altro paio di anni, però da ogni ogni 2 – 3 mesi tornavo per qualche giorno.
A parte il lavoro, dove pure mi hanno sempre voluto bene, quello che vi voglio dire è che noi casellesi eravamo una piccola comunità, molto unita tra noi, stavamo insieme, ci aiutavamo, gli aneddoti che potrei raccontare sono tantissimi, tutto non ve lo posso dire, altrimenti la facciamo troppo lunga, però qualche storia ve la posso raccontare.
La prima riguarda la formazione di una piccola banda musicale, ci riunimmo un sabato, eravamo 8 – 10 amici, c’era il marito di Rita, lo avete conosciuto, murìa, è morto, da poco, c’era suo fratello, c’era uno che lavorava al pub, 8 – 10 amici per formare questa piccola banda musicale, co’ spinetto (armonica a bocca), ’o tamburrello, ’a melodica (pianola a bocca), ’a fisarmonica, insomma tutto quello che serviva a una bandicella così, tra amici, per andare in giro a suonare per i nostri paesani.
Per esempio una volta una donna di Caselle, Rosa, ha avuto una bambina, e per festeggiarla siamo andati a suonare ù Zaccanu, dove c’erano parecchi nostri paesani, a Gottmadingen. E allora questa donna che fece, fece 40 – 50 panini, con sèrvole (würstel), biscotti, birre, aranciate, c’era di tutto di queste cose qua. Noi facevamo una bella suonata e a un certo punto c’era uno, un mio cognato, che si chiamava Rosario, aveva fatto un poco di scuola, al tempo qua avevamo la maestra De Giacomo, era una maestra brava, e insomma Rosario ci fece ’nu discursetto, un piccolo discorso, disse che era nata la bambina, auguri qua, auguri là, mentre noi continuavamo tutto intorno a suonare la musichetta nostra, e poi quando finì disse “allora la banda di Randegg suona Rosa Rosella, e noi ra – ra – ra, ra – ra- ra – ra, ramba bella bella, bella bella, bamba bamba bà. E così per tutta la serata del battesimo, una bella cosa.

La seconda riguarda la nostra organizzazione come comunità. Sempre un sabato ci siamo riuniti, eravamo una trentina di amici di Caselle alla Casa Bianca, e ci siamo detti “qui dobbiamo fare un comandante”.
“E che comandante?”
“Qualcuno che si deve avvisare la sera se si esce di casa.”
“E che io devo dire la sera dove vado?”
“No, no, non devi dire dove vai, devi solo avvisare che ti ritiri tardi o non ti ritiri.”
Partimmo da lì e facemmo le elezioni, chi pigliava più voti, faceva ‘o sindaco. E non ci fermammo lì, perché il secondo eletto faceva il vice sindaco, il terzo assessore, ognuna di queste 20 e più persone partecipanti aveva una carica, compresa, come vio ho detto, mia cugina Rita, che era un tipo forte, sempre pronta a stare al gioco.
Andiamo a fare le elezioni, facciamo lo scrutinio, e come sindaco risulto eletto io. Un altro mio cugino, Risoli Gennaro, vice Sindaco, un mio nipote Assessore, insomma eravamo tutti quanti, fino a che facemmo le guardie, i sorveglianti, tutti casellesi, tutti della nostra comuntà, c’erano quattro o cinque donne pure.
Quando c’era qualcuno che reclamava, per esempio diceva “vedi che quello ha fatto questo, bisogna multarlo” io, come Sindaco, accordavo, trovavo il modo di mettere pace, a volte mettevo un marco di multa, altre volte un poco di più, a secondo di quello che aveva fatto. Come Sindaco di Randegg questo dovevo fare, Randegg come vi ho detto era il posto dove stavamo. E naturalmente valeva anche per me. Una sera mi sono ritirato tardi a casa senza avere avvisato e ho trovato un biglietto del vice Sindaco dove c’era scritto “Rivello Michele deve pagare una multa di 5 marchi perché non ha avvisato.” Ripeto, non dovevo dire dove andavo, dovevo dire soltanto che non mi ritiravo, era una specie di controllo della comunità. Scusate, altrimenti a che servivano le guardie e i sorveglianti? Loro ogni sera andavano a vedere, a controllare se ci eravamo ritirati. “Rivè, ce sì?”, “Rivello, ci sei?”, e allora scrivevano subito, portavano il rapportino e tutto era controllato.
Perché lo facevamo? Per stare insieme, per stare più d’accordo, più uniti, ci volevamo bene. Là non scappava nessuno, ed eravamo tutti d’accordo che doveva funzionare così. Se una usciva la sera, lo sapevamo, non sapevamo dove era andato però sapevamo che era uscito. E poi ci inventavamo storie per stare insieme, per divertirci, per passare le serate.
Per esempio, c’era una donna un poco scherzosa che venne da me e mi disse “allora c’amma fa, c’amma, fa”, cosa dobbiamo fare, e mi disse “diciamo che uno ha cercato di molestarmi”, come vi ho detto lei era una allegra, scherzosa. “Sindaco, diciamo che un nostro paesano, per esempio G. T., si è buttato addosso all’improvviso, mi ha strappato la camicia, ha cercato di buttarmi per terra e di toccarmi persino nelle parti intime però non ci ha potuto e l’ho sbattuto fuori di casa.” Così le ho fatto fare la denuncia, ho chiamato i carabinieri, sempre i paesani, i nostri amici casellesi eletti carabinieri, mandammo a chiamare G. T., e gli dicemmo che in base alla denuncia si doveva trovare l’avvocato, sempre tra i paesani.
L’avvocato Parrillo era della donna, l’avvocato Pignataro dell’uomo. Professò, ma lì eravamo più di 50 persone, venìano, vennero, i paesani dagli altri paesi quando si fece la causa la sera. Era un sabato, ma già dai giorni precedenti non si parlava d’altro: sabato c’è la causa a Randegg, c’è la causa di G. T., c’è la causa della tentata violenza.
Professò, quando parlò, quando fece l’arringa l’avvocato difensore della donna ve lo vorrei far vedere mentre ricordava tutto quello che era successo apostrofando il farabutto e battendo i pugni sul tavolo, bum, bum bum, ve lu vurrìa fa vedere. Con tutto il pubblico che ascoltavano e le guardie intorno all’imputato.
L’avvocato dell’uomo poi, era ’nu filosofo, aveva fatto la scuola, avete capito, allora parlava più italiano, però poi l’uomo fu condannato, fu condannato a non so quanti anni di carcere più le spese, non è che si può trattare così una donna. A quel punto le due guardie lo hanno preso per portarlo dentro, uno di loro quando lo ha pigliato per il braccio, talmente che era coinvolto nella parte, gli ha gridato “vai farabutto, dentro, dentro.”, e noi tutti a ridere. Durante il processo il giudice ogni tanto suonava il campanello e diceva “silenzio in aula”, perché si parlava, si commentava, il giudice si chiamava Fortunato. La serata poi naturalmente la passammo tutti assieme, un bicchiere di vino, un panino con il würstel, questo era, però era bello.

Infine c’è la storia della maglietta della squadra di calcio, che pure questa è bella, anche se è stata in un altro tempo, quando mi sono trasferito a Gottmadingen, comunque se la volete sentire vi dico pure quest’altra.
Allora, come vi ho detto a Randegg noi stavamo a Casa Bianca, non eravamo solo casellesi, c’erano anche altri, per esempio calabresi, comunque eravamo tutti uniti da un’amicizia forte. Dopo un paio di anni e mezzo lasciai Randegg e mi spostai a Gottmadingen. Sono arrivato a Gottmadingen e lì c’era una banna (una parte, un posto) chiamato Lo Sterno, era un bel locale, con grandi locali, e lì ci incontravamo con i paesani. Fu lì che cominciò questa cosa che dovevamo fare una squadra di pallone, che dovevamo fare le magliette.
Io e un mio amico, un cognato di mia cugina Rita, cominciammo ad andare in giro a raccogliere soldi tra i paesani per fare la squadra e le magliette, ce li davano i soldi, partecipavano, raccogliemmo tutto quello che serviva per prendere le magliette e tutto. Naturalmente non sempre era possibile, per esempio una sera andai da un mio compagno, era un amico, ma un amico veramente, era di Napoli, trasietti (entrai) e gli dissi cumpà Nicò, ti devo chiedere una cosa.
“Eh, cumpare bello, pure ruje (pure due)”, mi rispose, “di che si tratta?”
“Devo comprare le magliette per la squadra di calcio e sto cercando un po’ di soldi”, feci io.
“Cumpà,” mi disse lui, “tu vuoi bene ‘o cumpare tuo?”
“Eh, certo, che ti voglio bene”, risposi pronto.
“E allora, se vuoi bene o cumpare tuo, non gli parlare di soldi”. Dopo di che chiamò la moglie Minicuccia, e gli disse di prendere le birre per lui, per me e per l’amico che mi accompagnava. E dopo quel giro ne facemmo un altro. Che cosa vi voglio dire professò? Che i soldi che mi avrebbe potuto dare per le magliette le spese per le birre, ma si vede che era fatto così.
Tornando a noi, una volta raccolti i soldi, ci riunimmo una sera int’a stu Sterno (in questo locale), per decidere che magliette fare. E che vuoi decidere, chi la voleva del Napoli, chi della Juve, chi dell’Inter, chi della Roma, chi del Milan, chi della Fiorentina, insomma ognuno la voleva della squadra che piaceva a lui. A un certo punto mi sono scocciato e ho detto “ah, così è?, allora sapete che faccio?, dato che i soldi ce li ho io le magliette non ve le compro proprio e me ne vado.” E così feci.
Passato qualche giorno, c’era un amico che sapeva parlare bene il tedesco, non era di Caselle però era un amicone, si chiamava Emilio, e gli proposi di andare in un paese vicino dove c’erano le case sportive che vendevano magliette di calcio. Andammo a vedere, e ci rendemmo conto che tenevano tutte magliette tedesche, ci pensai e gli chiedemmo se ci poteva fare delle magliette tricolori, come la bandiera italiana, e il titolare del negozio ci rispose sì, le posso far fare però dovette aspettare 10 – 15 giorni, forse pure 20.
Per noi andava bene, e così le ordinammo: bianche e rosse davanti, verdi indietro, un braccio bianco, e un braccio rosso.
Quando furono pronte ci rivedemmo al locale e arrivarono tutti e gliele facemmo vedere furono tutti contenti, allegri, ma allegri veramente, entusiasti.
Avevamo comprato pure una bandiera tricolore, e così dissi a un ragazzo, lo chiamavamo Farfalla, era bravo, ingegnoso, insomma aiutava, che prima della partita dovevamo fare un alza bandiera nel campo, accompagnati dalla musichetta della banda. Il ragazzo mi rispose che si poteva fare, però se veniva la polizia ci arrestava, alla fine stavamo in un paese straniero.
Ci pensai su e decisi che non ci potevamo arrendere così facilmente e così andai alla polizia e chiesi se potevamo fare l’alza bandiera. La risposta fu precisa e positiva: “l’alzabandiera la potete fare nel campo, potete girare e fare quello che volete nel campo, però se uscite fuori vi arresto.” E così abbiamo fatto, e l’alza bandiera l’ho fatta io.
Poi dopo quattro anni me ne vinietti (me ne tornai) e in estate la squadra giocò anche qui a Caselle con la maglietta tricolore, una partita o due qui nel campo dove adesso c’è la villa comunale, dopo di che loro sono tornati in Germania io sono rimasto qua e a un certo punto ho saputo che si fecero rubare le magliette, e così finì la maglietta tricolore. Però la squadra andava bene, dopo fecero uno squadrone, a un certo punto sono andati anche a fare una finale non so di che a Stoccarda. E l’hanno persa per un niente, per un rigore, per uno dei nostri che sbagliò un rigore.

QUARTO MOVIMENTO | I LAVORI
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Di lavori nella mia vita ne ho fatti tanti, e più di uno già vi li cuntai.
Ho cominciato nella campagna, con l’aratro e i buoi, e quello mi piacia, zappare e seminare invece no, vi dico la verità. Poi ho fatto il muratore, poi ho lavorato alla diga, poi sono andato in Germania e quando sono tornato ho cominciato a lavorare in galleria, a parecchie parti in giro per la Campania e l’Italia.
Poi dopo un po’ di anni ho cominciato a lavorare per il Comune, facevo di tutto. All’inizio ho lavorato tre mesi all’anno, però il sindaco mi diceva “se te ne vai perdi la priorità”, e così io rimanevo, fino a che a tre mesi a tre mesi fece la chiamata.
Come vi ho detto facevo di tutto, mi occupavo di rifiuti, strade e tutto quello che serviva, ma non era mica come adesso, era un lavoro molto faticoso, raccogliavamo di tutto per le strade, a volte la notte, alla una, op e Spagnuolo, il mio compagno, andavamo a pigliare i secchi, perché la mattina, alle 8:00, dovevamo partire per andare a suonare. Il sindaco diceva “basta che fate il vostro lavoro e togliete i secchi, anche la notte, e quando dovete andare a suonare non vi dico niente, potete andare dove volete voi”. Era intelligente, lo capiva che la banda era una cosa importante.
I secchi li prendevamo a mano per tutto il paese, sopra e sotto, ci aiutavamo con un gangio e con una funicella, li appendavamo su un palo e li portavamo, certe volte pesavano un quintale, altro che adesso. A piedi li portavamo, ma era un lavoro durissimo, un lavoro da schiavi, dico la verità, io se l’avia fa n’ata vota, se lo dovessi fare un’altra volta, non lo farei. Senza parlare delle cose assurde che capitavano, come le volte che i secchi erano pieni di pietre o di mattoni, o quella volta che c’era ‘na capa de vacche dinto, c’era una testa di mucca dentro, che ne parliamo a fare. Erano altri tempi, il sindaco ci permetteva di organizzarci per poter andare a suonare, ma era una vita da schiavi, in particolare i primi anni, perché poi man mano la situazione è migliorata, però io e Spagnuolo per qualche anno abbiamo fatto una vita da schiavi.
Nonostante per quanto riguarda la musica ci eravamo separati, sul lavoro io e Spagnuolo abbiamo sempre lavorato assieme e fatto quello che dovevamo fare, dico la verità.
Però adesso basta parlare di lavoro, preferisco parlare della musica, vi voglio raccontare della banda e poi basta, però la prossima volta, che adesso mi devo fare la barba.

MOVIMENTO FINALE | AMMA FA ‘A MUSICA
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Prufessò, finalmente siamo arrivati alla musica, che come sapete ci tengo assai.
Allora, mo’ vi dico io come è nata la banda. Forse vi ho già detto che quando sono stato in Germania abbiamo fatto questa bandicella, coi cugini mei (con i cugini miei), e dato che poi quando siamo tornati ci siamo incontrati e avevamo guardato queste fotografie, ho detto guagliù (ragazzi), noi dobbiamo fare la musica qui al paese.
“E come la facciamo?”, mi hanno detto, “ci vogliono i soldi”, e io ho risposto “verimo” (vediamo).
L’anno era il 1982, comunque il mio collega, Nicola Spagnuolo, faticavamo insieme, fu daccordo con me e così ci dicemmo “mò cerchiamo i soldi e vediamo se ce li danno”. Beh, prufessò, vi dico, che ognuno a cui dicevamo di dare una somma, “pecché amma fa ‘a musica” (perché dobbiamo costituire la banda) era disponibile. Con Nicola ci volevamo bene veramente, vi dico la verità, e come vi ho detto tutti e due ci mettemmo a raccogliere soldi, però lui non voleva avere soldi addosso, e così li tenevo io. Andammo avanti per diversi mesi, e avevao fatto una somma bunaredda (buonarella), di preciso non mi ricordo, dopo di che dicemmo a Sabini, il sindaco dell’epoca, don Antò, “nuje avimma fa ‘a musica”, ma voi ci volete dare qualcosa?, lui disse di sì e decise di contribuire con 3 milioni, così li presi e dissi a Spagnuolo: “Nicò, adesso dobbiamo andare a prendere gli strumenti. Ci rivolgemmo a un paesano nostro che era capace, Esposito Giuseppe si chiamava, lui stava con la musica dei carabinieri a Napoli, suonava e tutto, comunque andammo con lui a prendere questi strumenti a Napoli. Siamo andati io, Spagnuolo, Giuseppe Costa si chiamava un altro, Nicola Lo Vecchio che pure è muorto, sono morti quasi tutti dai, eravamo in quattro o cinque insieme al carabiniere maestro di musica, lui era proprio insegnante anche se non so dove insegnava. Pigliemmo (prendemmo) tre bassi (sousafono), la cassa, i piatti, ‘u tamburo e il clarinetto basso. Ognuno di noi si prese uno strumento, tornammo in stazione, “pigliemmo ‘o treno e ce ne venemmo” (prendemmo il treno e ce ne tornammo).
Nei giorni successivi consegnammo gli strumenti ai musicanti, a quelli che dovevano suonare, li scelse un maestro, Marotta si chiama, è di Torre Orsaia, lui le persone le aveva già scelte, perciò noi già sapevamo a chi dovevamo dare i diversi strumenti. Consegnammo gli strumenti e siamo usciti per la prima volta l’8 Maggio, il giorno di San Michele. In tutto eravamo una sessantina, insieme agli strumenti che avevamo consegnato gli altri li avevamo comprati personali, pure io comprai il mio personale. Quelli erano la base di tutti, poi ognuno di noi comprava il suo strumento, ce l’avevo io, ce l’aveva Spagnuola, ce l’aveva Rosaria, la moglie del maestro, tutti quanti avevamo ognuno il nostro strumento. Dunque siamo usciti una sessantina di strumentali a San Michele, con la maglietta bianca e un pantalone blu, di solito era un blue jeans. Per non far vedere che non avevamo la divisa ci vestivamo tutti quanti così. Siamo andati a San Michele ed è stata una festa, il fatto della musica ci dava entusiasmo anche se noi suonacchiavamo, non è che suonavamo perfetti, “comme se sonava” (come aremmo dovuto), suonacchiavamo, però il maestro Marotta suonava insieme a noi. Dopo di questa abbiamo fatto anche un’altra festicciola pubblica a Battaglia ancora tutti insieme.
Siamo andati avanti bene fino a quando non si sono creati dei problemi, può capitare quando le cose che si fanno hanno successo, un poco ci si mette anche l’invidia e così si cominciò a parlare di fare una commissione che doveva essere votata. Personalmente non ero molto d’accordo, ero stato uno dei fondatori della banda e la possibilità di non essere eletto non mi piaceva, ma comunque si fecero le votazioni, votammo al comune, e venne eletto presidente una persona che era fuori dal nostro giro. Dico la verità, a me questo non mi parevo buono, ma comunque era andata così e non ci potevamo fare niente. Questa situazione fece peggiorare anche i rapporti tra noi che avevamo fondato la banda.
Con la nuova gestione rimanemmo nella banda solo io e Peppe Costa, che pure lui era un vecchio musicanti, però poi con il tempo chianu chianu, piano piano, passato qualche anno, anche a noi paria brutto (sembrava brutto) rimanere con quel presidente e così gli dicemmo “noi non ci veniamo più”. Si aprì così un periodo di discussione e alla fine riuscimmo a ribaltare la situazione, e per un anno continuammo solo noi con la banda. A quel punto c’erano due bande, perché Spagnuolo nel frattempo aveva fatto un’altra banda, aveva preso un maestro buono, un maestro in gamba, che si era portato 7 – 8 dei soi (7 – 8 elementi suoi), insomma aveva fatto davvero una bella banda. Noi però già avevamo suonato per un anno, e continuammo a suonare, e così a Caselle c’erano due bande, suonavamo in due bande, per un certo periodo è andata così.
In tutto questo la notte all’una io e Spagnuolo andavamo insieme per prendere i secchi dell’immondizia e poi la mattina alle otto partivamo per andare a suonare. Avete capito? Prima facevamo il nostro lavoro, poi potevamo pensare alla musica. Come vi ho detto l’altra volta era un lavoro da schiavi, però lo abbiamo fatto.
Tornando alla musica, io sono stato rimasto nella banda per 7 – 8 anni, poi abbiamo fatto l’associazione con i 2 maestri, i due fratelli Mario e Vincenzo Pisano, con Giuseppe Esposito ci siamo detti che la banda la dovevamo dare a loro, loro sono bravi, si sono laureati al conservatorio, e così abbiamo fatto. Io sono rimasto solo nell’organizzazione come appassionato, a suonare non sono andato più. I due maestri hanno portato avanti la banda, e ‘o fatt ‘e chisto (da questo punto di vista) l’hanno portata avanti ad alto livello, è la verità. Più avanti, forse nei primi anni 2000 ma non mi ricordo bene, è nato anche il coro. E mi fa piacere anche che poi anche Spagnuolo è ritornato, come me, come appassionato, con la banda, insomma si è risolto tutto, complice il matrimonio tra Caterina, la figlia di Spagnuolo, e Pisano Mario. Siamo di nuovo tutti insieme, ed è una buona cosa. Abbiamo superato, mò è passato tutto, del resto ci siamo fatti vecchi, io del ’31 iddu (lui) del ’29, è ancora più vecchio di me.
Sapete una cosa, la banda è stata sempre una piccola comunità, un modo per stare insieme, per volerci bene. Posso dire che a me chiunque è stato nella banda, anche quando io non c’ero, mi ha voluto bene, mi vuole ancora bene. I musicanti che suonovano con me, quando mi vedono, mi vogliono un sacco di bene.
La musica (la banda) mi è sempre piaciuta, ero giovane quando venne un maestro qua a Caselle che doveva fare la musica e io mi andai a prendere la tromba. A un certo punto arrivo un altro maestro, si chiamava Crispino, era uno di Salerno, e in parecchi prendemmo gli strumenti, li fece venire Spina questi strumenti, e io come vi ho detto mi pigliai la tromba, credo che spesi 8 – 10 mila lire di quei tempi, poi rimanemmo di nuovo senza maestro perché giustamente voleva essere pagato, e rimanemmo così un’altra volta. In più una sera si presero gli strumenti perché c’era chi non li aveva pagati, ma io l’avevo pagato, mi mancavano solo mille lire, me le procurai e così mi ripresi la tromba.
Poi venne la guerra e poi dopo quando ricominciammo mi presi il flicorno soprano, è più o meno come la tromba. Il flicorno lo conserva ancora un mio nipote, a mio nipote comprai anche un clarinetto piccolo mi bemolle. Poi magari vedo se trovo qualche foto e ve la mando. Le foto di quando suonavo la cassa pure le tengo.
Penso che è tutto, vi potrei raccontare di quando a Sapri il girono di San Francesco cademmo in mare, anche se in verità io nun me ‘nfunnietti (non mi bagnai) neanche un poco, passai sulle teste delle persone, ma non perché lo sapevo fare, capitò così, e all’ultimo ci fu Tramontano, un altro paesano, che mi allungò la mano e mi aiutò.

NOTA METODOLOGICA | VINCENZO MORETTI
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Cara Irene, grazie per il messaggio che mi hai mandato, mi ha aiutato a riflettere e a definire meglio il senso e il contesto di questa storia.
Comincio da un assunto generale: sono un narratore non un giornalista, racconto storie non faccio inchieste; non ho gli strumenti, la capacità e neanche l’interesse e la voglia per farlo.
L’assunto generale ha diverse conseguenze, una in particolare va resa esplicita: nelle storie che racconto il mio intuito ha un ruolo assai importante. Naturalmente ho alcuni strumenti di verifica che di volta in volta attivo, ma sono strumenti che possono aiutare un’attività di narrazione come la mia ma sono insufficienti per un lavoro d’inchiesta che richiede verifica, accuratezza e autorevolezza delle fonti, che è quello che faccio quando per esempio scrivo un saggio scientifico.
Se tutto questo è vero sempre, lo è ancora di più quando un racconto si riferisce al passato, come nel caso della storia raccontata da Michele Rivello, una straordinaria testimonianza della vita, delle passioni, dei valori, dei modi di pensare, di parlare e di fare di una persona e, attraverso il suo racconto, di una comunità. Per il resto, non solo penso che a 93 anni si abbia il diritto di dimenticare e/o di non ricordare precisamente fatti, persone e cose, ma aggiungo che lo stesso diritto lo rivendico anche per me che di anni ne ho 69. Ti dico di più, nel caso improbabile che dovessi arrivare alla stessa età di ‘u prisidenti spero di avere la sua stessa capacità di ricordare.
Questo è, l’alternativa sarebbe stata non raccontare questa storia, e secondo me sarebbe stato un gran peccato. Quando puoi fammi sapere se ho risposto in maniera soddisfacente alle tue domande.

CREDITS
Grazie di cuore al Barbiere De Giulio per aver condiviso con me questo percorso, a Giuseppe Cacetta Pellegrino per le splendide foto e alla maestra Elisabetta Giudice per l’aiuto nella comprensione – traduzione del dialetto casellese. Naturalmente tutti gli errori che continuano ad esserci sono solo ed esclusivamente colpa mia.

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